Sono al lavoro.
Mi piace il mio lavoro. Mi piace, oltre a perchè posso chiamarlo il mio lavoro, soprattutto perchè è un lavoro e, come tutti i lavori, trasforma me stessa in una studentessa lavoratrice il che mi fa sentire di gran lunga più figa di prima di averne uno. Sto scrivendo dalla tastiera del computer del lavoro e mi piace perchè è bella morbida e poi il mouse non ha il filo ed è carino: è proprio un bel topolino. Mi piace il mio lavoro perchè certe volte entrano dei clienti simpatici, che mi piacciono: certi vecchietti me li mangerei tanto sono belli. Ad altri sparerei nel culo, ma oggi voglio essere positiva, sorridere e ammiccare anche a chi mi detesta per il mio essere così odiosamente lenta. Poi mi piace il mio lavoro perchè questo è un negozietto tranquillo e piccolino che, con la stufetta portata dal mio capo, si scalda in due secondi e poi è intimo, un concentrato di cartucce per stampanti e carte fotografiche che sembra avvolgermi come uno stronzo di merda lo è dal suo intestino: ok che non è una gran bella metafora ma non mi andava di trovarne una banale, sdolcinata e sentimentale perchè credo fermamente che sia ancora presto per certe cose. Forse un giorno mi attaccherò a tal punto a questo posto da poter riuscire a dire che esso mi protegge come i petali di un fiore fanno nei confronti del proprio polline o come una madre protegge il suo bambino nel suo grembo e così via. Mi piace il mio lavoro perchè quando ne ho voglia posso aprire la porta, piazzarmici davanti e fumarmi una siz osservando malinconicamente il traffico monzese che, su questo famoso"corso", gode di una particolare notorietà. Da qui posso assistere a tutti gli incidenti, ai furti (proprio poco fa ho assistito in diretta al furto di una bici con tanto di eccitante scasso di lucchetto), ai litigi e alle cadute delle persone, posso ascoltare abusivamente i discorsi o le telefonate di chi si ferma qui davanti. Poi mi piace il mio lavoro perchè ogni volta che qualcuno vuole effettuare un cambio di cartuccia o fare altre cose importanti, difficili e che richiedano intelligenza e capacità, gli devo solamente sorridere e dire:"torni pure lunedì quando sarà presente il titolare sa, sto imparando e non sono autorizzata a fare queste cose". Insomma è il lavoro perfetto. Perchè poi eccomi qui a scrivere, a navigare e cazzi e mazzi, ogni tanto entra un cliente, gli sorrido e gli vendo quello che vuole. Poi mi sento anche una figa, anche se dentro di me una diabolica ignorante, quando mi chiedono un consiglio su che cosa fare se tale cartuccia non funziona, o come mai la sua stampante della minchia non gli segna quanto inchiostro manca, ed io ripeto come la Bellorini ripeteva le lezioni imparate a memoria dal libro, tutto ciò che ho già sentito in precedenza dire da quel figo del mio titolare. Per non parlare di quanto mi senta una superdonna ogni volta che mi capita di fare una fattura (tristemente e sfigatamente consapevole che in realtà il mio unico compito nel farla è quello di lanciare la stampa, prendere i soldi e piegare il foglietto il più precisamente possibile). Poi è fantastico perchè posso studiare: a tal proposito ho proprio qui al mio fianco il libro che, anche se chiuso, accoglie sopra di sè una splendida matita a scatto e quando mi stancherò di cazzeggiare nell'attesa di un nuovo e misterioso cliente potrò aprirlo e utilizzare la suddetta con tanta gioia e altrettanto amore (anche se, accidenti per non dire porcaputtanatroia, latente) per la cultura.
Sette minuti fa è entrato un tizio sulla settantina che mi ha chiesto dove fosse una via di Monza allora, insieme e appassionatamente, abbiamo consultato la cartina e l'abbiamo trovata e, tra le altre cose, era esattamente dove in precedenza gli avevo indicato. Proprio mentre qualcosa di importante tra noi stava nascendo avrei voluto dirgli, col piglio della donna invaghita e da brava venditrice quale non sono,"compri una cartuccia!"ma, ovviamente, gli ho risparmiato questo patetico intervento da sfigata. Ad ogni modo non avrei nemmeno avuto bisogno di certi giochetti perchè 'sto negozio va alla grande. Si tratta di un negozio figo (Dio no, mi sto affezionando, presto passerò alle metafore del fiore e della gestante). Ad ogni modo qualche ora fa sono andata in depressione per aver fatto un errore madornale, un qualcosa che non dimenticherò molto facilmente perchè soprattutto non dimenticherò mai il tono incazzato del mio capo al telefono, una volta scoperto il fattaccio. Ma sono per forza di cose ottimista. Si sistemerà tutto (sì, certo). E poi, come si può essere dominati da depressione in vista della serata che mi aspetta? Tutte dalla Lau per una specie di prefesteggiamento dei miei prossimi 13 anni. La depressione e questo fatto non possono andare d'accordo e non vedo l'ora di raccontare loro il mio erroraccio del dios per ricevere quella valanga atroce di insulti che, però, mi piace tanto. Il signorino Ale mi ha rivelato poco fa che pomeriggio sarebbe andato, poraccio, a fare shopping e che probabilmente sarebbe passato di qua. Bene, scontato che se ciò avverrà mi ritroverò fantasticamente single quando, guardando anche con poca attenzione i miei capelli nello stato in cui sono oggi dopo una gran bella mattinata di umidità e pioggia, avrà realizzato per l'ennesima volta di stare insieme a una cessa ambulante. Ho freddo, accendo la stufetta trattenendomi dal fare battute mentalmente a dir poco oscene e datate del tipo"la stufetta si è stufata, cucinerò lo stufato" e cose così (che poi alla fin fine l'ho fatto).
Comunque il mio unico pensiero fisso al momento, oltre al fatto che mi scappa una pipì probabilmente chilometrica, è che la chiusura stasera mi dovrà venire perfetta, i conti alla fine dovranno tornare tutti ed i procedimenti dovranno essere tutti esattissimamente esatti altrimenti prenderò seriamente in considerazione l'idea di tagliarmi le vene: potrei non farcela a sopportare un altro errore.
Solitamente vado abbastanza fiera dei miei post ma quello di oggi mi fa vomitare però sono giustificata: sono stata più volte interrotta dal mio lavoro.
Io non sono nessuno, anche se spesso mi sento qualcuno. Oppure a volte sono qualcuno, anche se spesso mi sento nessuno.
sabato 17 novembre 2007
Non ho alcunchè di particolarmente interessante da comunicare al mondo.
Ma sono in possesso di alcuni argomenti a favore della tesi secondo la quale è giusto che io oggi abbia aperto un nuovo post.
Innanzi tutto (e mi lapiderei per l'imperdonabile ritardo) la Marta è ufficialmente munita di un modem da circa due settimane anche se solo lo scorso lunedì l'ho omaggiata della consacrazione ufficiale, scaraventandola nel mondo di msn. Ciò significa che l'unica persona rimanente, ancorata al mondo cartaceo e straordinariamente reale, è il mio fidanzato: ma quest'ultimo non possiede manco un 286 perciò ogni speranza di ritrovarmi casualmente davanti agli occhi, un giorno una frase del tipo, "Sapo ha effettuato l'accesso" è tristemente vana. Ma onestamente questo fatto è ok, in realtà, perchè contribuisce giorno dopo giorno ad ottimizzare quell'immagine incontaminata, ingenua e tenera che a lui mi capita spesso e volentieri di associare.
Dicevo, la Marta possiede un modem, una connessione adsl, una casella di posta elettronica, anzi tre, mozilla e msn. A proposito di quest'ultimo punto, devo confessare che provo una specie di piacere mistico e mi sembra di sognare ogni qualvolta, solitamente alla sera, mi ritrovo casualmente ad osservare per un paio di secondi quel piccolo riquadro contenente il suo nome nella parte bassa a destra dello schermo del computer ed in seguito visualizzare quest'ultimo accompagnato dall'omino verde insinuato tra gli altri contatti. E, contro le mie diaboliche ma comprensibili aspettative, devo ammettere che non è nemmeno poi così impedita: ieri sera è persino riuscita, in completa autonomia e senza alcun tipo di ausilio esterno, ad invitare la Cri nella nostra tripla conversazione con la Lau, tramutandola in tal maniera in quadrupla. E' una persona fantastica. Ed è con tutte le probabilità a causa di questo insperato avvenimento che una serie di incubi hanno contaminato quest'ultima ed ennesima mia nottata insonne. Ad ogni modo sono felice, e sia chiaro che non pronuncio nè scrivo mai questa parola senza motivo, perchè, tra le altre cose, sono riuscita ad impossessarmi di foto e video di quella pazzescamente famosa e speciale nottata in riva al lago. E così ho riesumato dalla mia memoria il ricordo del freddo dell'aria lacustre che ci surgelò quasi completamente il culo e contemporaneamente l'anima. E ricordo nitidamente il nostro vitale bisogno di muovere qualsiasi parte dei nostri corpi, per poter sconfiggere il clima imbestialito e riuscire ergo a scongelare culi e anime. Per non parlare degli innumerevoli neuroni semicongelati che facevano a gara fra di loro per guadagnarsi un posto caldo nell'unico punto dei nostri cervelli ancora funzionante e quindi carico di calore. Ma il seguente video probabilmente riesce ad esprimere con maggiore chiarezza di quanto possa arrivare a conseguirne io stessa, di tutto ciò che avvenne all'interno delle nostre misere e gracili scatolette craniche quella notte.
Tra l'altro, proprio sul finire di questo piccolo ma interessante video, è lampante ed esplicita la mia volontà di far sì che una certa persona fosse stata ripresa in tutto il suo splendore, giust'appunto mi sono ritrovata ad esclamare alla camerawoman di quel momento precisamente la frase:"guarda la Ele". Questo perchè ho trovato corretto fare in modo che la nostra signora, dea degli dèi, umile ma onnipotente donna, splendidamente ricca proletaria, signora di tutte le signore e i signori, gioia e grazia dell'universo intero, regina delle mollettone casarecce per capelli, fosse stata visibile a chiunque lo desiderasse, per far sì che il suo viso mattutino a dir poco fiabesco sarebbe potuto essere d'esempio e conforto a tutti coloro che disprezzano il proprio aspetto estetico. Inoltre poteva essere utile sghignazzare per qualsiasi cosa, quella notte. Rimanere seri avrebbe potuto rivelarsi deleterio perchè quando si è corrucciati si pensa e pensare ci avrebbe ripetutamente portato a capire quanto in realtà l'idea di passare la notte fuori con tali modalità non era stata poi così brillante. E' stato così che la Marta si è riappropriata della sua fotocamera, riprendendo la dolcissima signora in tutto il suo splendore, inconsapevole che qualche mese più tardi il mondo del web avrebbe ringraziato a go go per questo suo eroico e coraggioso gesto.
Ed è così che, di nuovo sul finire di quest'ultimo video, il quarto membro della nostra combriccola, nonchè unico elemento realmente lecchese, ha proferito la frase più vera, sincera e sentita di tutta la nottata. Alla mia proposizione enunciata in difesa del terribilissimo aspetto della nostra signora che recitava circa "lei ha dormito, eh", la suddetta ragazza lecchese ha, in tutta risposta, affermato "era meglio stare svegli". Ora, è innegabile il fatto che abbia sbagliato la flessione dell'aggettivo, provocando un'inversione di genere, dato che eravamo in quattro e in quattro con la patatina e senza pisellino, ma è altrettanto vero che il concetto da lei espresso è stato tuttavia molto chiaro: ha affermato con poche ma esaustive parole un pensiero condiviso e semitaciuto da tutte quante, ovvero qualcosa del tipo "Elenaveronicaserena sei fantastica e ti adoriamo, ma fai davvero cagare".
Ora, voltando pagina e affrontando discorsi decisamente meno interessanti, mi dichiaro contenta perchè:
Ma sono in possesso di alcuni argomenti a favore della tesi secondo la quale è giusto che io oggi abbia aperto un nuovo post.
Innanzi tutto (e mi lapiderei per l'imperdonabile ritardo) la Marta è ufficialmente munita di un modem da circa due settimane anche se solo lo scorso lunedì l'ho omaggiata della consacrazione ufficiale, scaraventandola nel mondo di msn. Ciò significa che l'unica persona rimanente, ancorata al mondo cartaceo e straordinariamente reale, è il mio fidanzato: ma quest'ultimo non possiede manco un 286 perciò ogni speranza di ritrovarmi casualmente davanti agli occhi, un giorno una frase del tipo, "Sapo ha effettuato l'accesso" è tristemente vana. Ma onestamente questo fatto è ok, in realtà, perchè contribuisce giorno dopo giorno ad ottimizzare quell'immagine incontaminata, ingenua e tenera che a lui mi capita spesso e volentieri di associare.
Dicevo, la Marta possiede un modem, una connessione adsl, una casella di posta elettronica, anzi tre, mozilla e msn. A proposito di quest'ultimo punto, devo confessare che provo una specie di piacere mistico e mi sembra di sognare ogni qualvolta, solitamente alla sera, mi ritrovo casualmente ad osservare per un paio di secondi quel piccolo riquadro contenente il suo nome nella parte bassa a destra dello schermo del computer ed in seguito visualizzare quest'ultimo accompagnato dall'omino verde insinuato tra gli altri contatti. E, contro le mie diaboliche ma comprensibili aspettative, devo ammettere che non è nemmeno poi così impedita: ieri sera è persino riuscita, in completa autonomia e senza alcun tipo di ausilio esterno, ad invitare la Cri nella nostra tripla conversazione con la Lau, tramutandola in tal maniera in quadrupla. E' una persona fantastica. Ed è con tutte le probabilità a causa di questo insperato avvenimento che una serie di incubi hanno contaminato quest'ultima ed ennesima mia nottata insonne. Ad ogni modo sono felice, e sia chiaro che non pronuncio nè scrivo mai questa parola senza motivo, perchè, tra le altre cose, sono riuscita ad impossessarmi di foto e video di quella pazzescamente famosa e speciale nottata in riva al lago. E così ho riesumato dalla mia memoria il ricordo del freddo dell'aria lacustre che ci surgelò quasi completamente il culo e contemporaneamente l'anima. E ricordo nitidamente il nostro vitale bisogno di muovere qualsiasi parte dei nostri corpi, per poter sconfiggere il clima imbestialito e riuscire ergo a scongelare culi e anime. Per non parlare degli innumerevoli neuroni semicongelati che facevano a gara fra di loro per guadagnarsi un posto caldo nell'unico punto dei nostri cervelli ancora funzionante e quindi carico di calore. Ma il seguente video probabilmente riesce ad esprimere con maggiore chiarezza di quanto possa arrivare a conseguirne io stessa, di tutto ciò che avvenne all'interno delle nostre misere e gracili scatolette craniche quella notte.
Tra l'altro, proprio sul finire di questo piccolo ma interessante video, è lampante ed esplicita la mia volontà di far sì che una certa persona fosse stata ripresa in tutto il suo splendore, giust'appunto mi sono ritrovata ad esclamare alla camerawoman di quel momento precisamente la frase:"guarda la Ele". Questo perchè ho trovato corretto fare in modo che la nostra signora, dea degli dèi, umile ma onnipotente donna, splendidamente ricca proletaria, signora di tutte le signore e i signori, gioia e grazia dell'universo intero, regina delle mollettone casarecce per capelli, fosse stata visibile a chiunque lo desiderasse, per far sì che il suo viso mattutino a dir poco fiabesco sarebbe potuto essere d'esempio e conforto a tutti coloro che disprezzano il proprio aspetto estetico. Inoltre poteva essere utile sghignazzare per qualsiasi cosa, quella notte. Rimanere seri avrebbe potuto rivelarsi deleterio perchè quando si è corrucciati si pensa e pensare ci avrebbe ripetutamente portato a capire quanto in realtà l'idea di passare la notte fuori con tali modalità non era stata poi così brillante. E' stato così che la Marta si è riappropriata della sua fotocamera, riprendendo la dolcissima signora in tutto il suo splendore, inconsapevole che qualche mese più tardi il mondo del web avrebbe ringraziato a go go per questo suo eroico e coraggioso gesto.
Ed è così che, di nuovo sul finire di quest'ultimo video, il quarto membro della nostra combriccola, nonchè unico elemento realmente lecchese, ha proferito la frase più vera, sincera e sentita di tutta la nottata. Alla mia proposizione enunciata in difesa del terribilissimo aspetto della nostra signora che recitava circa "lei ha dormito, eh", la suddetta ragazza lecchese ha, in tutta risposta, affermato "era meglio stare svegli". Ora, è innegabile il fatto che abbia sbagliato la flessione dell'aggettivo, provocando un'inversione di genere, dato che eravamo in quattro e in quattro con la patatina e senza pisellino, ma è altrettanto vero che il concetto da lei espresso è stato tuttavia molto chiaro: ha affermato con poche ma esaustive parole un pensiero condiviso e semitaciuto da tutte quante, ovvero qualcosa del tipo "Elenaveronicaserena sei fantastica e ti adoriamo, ma fai davvero cagare".
Ora, voltando pagina e affrontando discorsi decisamente meno interessanti, mi dichiaro contenta perchè:
- questa mattina sono volata in posta ed ho fatto partire il vaglia per Firenze, consapevole del fatto che dovrò per forza di cose digiunare e vivere di stenti per tutto l'arco del prossimo mese per risparmiare. Ma almeno la questione di capodanno è sistemata.
- domani riprenderò il mio, interrotto circa due anni fa, percorso verso l'imbottimento di quel cuscino sul quale si presume dormirò quando sarò vecchia, chiamato pensione: firmerò il contratto e comincerò a fracassare i coglioni ad amici e conoscenti pregandoli con tutta me stessa di passare a trovarmi in negozio qualche sabato, magari corrompendoli regalando loro una penna caratteristica o più semplicemente, se mi vedrò costretta, passando a puri e innocenti ricatti. (Per quanto riguarda la pausa pranzo di domani ho già corrotto la Michi.)
- idee e voglia di fare sono incredibilmente all'orizzonte: ho trovato la mia strada e intravedo per me stessa un futuro roseo e radioso, costellato da cose belle.
- questi fiorellini fanno vomitare.
martedì 6 novembre 2007
A parte che i sogni passano, se uno li fa passare. Alcuni li hai sempre difesi, altri hai dovuto vederli finire. Niente paura.
Niente paura. Niente paura ci pensa la vita, mi han detto così.
Tanto per cominciare vorrei dichiarare tutto il mio trasporto verso questa canzone che, e non mi smentisco mai, continuo ad ascoltare a repeat perchè credo che abbia dentro di sè dei significati pazzescamente straordinari, camuffati da frasi comprensibili persino a mia cugina, feto da circa sei mesi e non ancora venuta alla luce.
E poi non poteva spuntare fuori in un periodo più azzeccato per Miss egocentrismo (che sarei io).
Sono contenta, quasi felice oserei dire, di me stessa: credo seriamente di essere finalmente cresciuta. Ed è un po' che mi capita di andare in fissa su tutti i manifesti, poster e foto appesi in camera mia che gridano tutti all'unanimità la stessa identica cosa da ormai circa sei anni. Tra tutte le volte in cui mi sono sentita in crisi sull'argomento, questa è l'unica volta in cui sento che essa è costruttiva e, cosa più importante, dalla mia parte. Perchè per la prima volta non sento il bisogno di andare ad ubriacarmi per dimenticare per qualche ora e nemmeno di gridare la mia paura del cambiamento a tutto il mondo arrancando supporti morali e consolazioni da chiunque mi capiti sottomano. Perchè non ho paura: per la prima volta in tutta la mia esistenza, non ho paura. Anzi, sono completamente e assolutamente elettrizzata. E non sento la coscienza che urla cose strane, non mi sento il cuore sbattere contro il cervello (o, come dir si voglia, quell'unico e solitario neurone-girino che girovaga al suo interno), non mi sento in colpa per aver tradito la me stessa di una vita e non mi faccio seghe mentali dello stesso genere. Sono solo contenta e, forse, lo sarebbe anche chi anni e anni fa i miei sogni li cullava e li smitizzava quasi allo stesso tempo, perchè sto facendo esattamente quello che tutti si aspettavano: andare all'università, crescere, capire bene quel poco che so fare, volare basso, disilludermi, maturare e cambiare idea. E l'ho fatto in quest'ordine. E sono stracontenta perchè per la prima volta non è il peso della consapevolezza di dover studiare una lingua morta e sepolta a farmi fare tre passi indietro. Non è quello che mi spaventa. Quello che mi spaventa di più è non riuscire a realizzare quello che voglio, quello che mi fa battere davvero il cuore adesso e quello che mi spaventava fino a qualche mese fa era poter bisbigliare quello che adesso riesco silenziosamente a gridare, ovvero che non è quello che voglio fare. Io non voglio insegnare. Io non voglio stare dietro a una cattedra ed essere la prof G. Non solo, almeno. Io non voglio. E per la prima volta non farò di tutto questo una tragedia, non strapperò tutte le autoriflessioni scritte su fogli e mica fogli in tutti questi anni, non dimenticherò l'entusiasmo rivoltante col quale un tempo saltavo addosso ad ogni persona sbattendole in faccia il mio "grande sogno", non dimenticherò l'ossessione che mi ha caratterizzato per buona parte della mia vita. E soprattutto non dimenticherò la persona che ha stimolato in me la nascita di quel mio grande sogno. E questo perchè adesso non ho paura a farlo. Sono veramente troppe le volte in cui mi sono presa a pugni con questi discorsi, del tipo che forse insegnare non è la mia strada, ultramegacopiosissime le volte in cui mi sono o mi hanno scoraggiata ma mai, e dico mai, ero riuscita ad affermare che il mio sogno sarebbe stato prossimo al suo funerale. Non ho paura perchè, ripeto, il latino sto cercando di ingoiarlo comunque e, per inciso, non è neanche poi così male. Francamente non voglio diventare quello che volevo diventare a quindici anni solo perchè ormai è diventato un mito, solo perchè da anni il mio soprannome è "prof". Ed oggi mi sta benissimo: quel coso schifido che è mio primo libro, non parla d'altro che del mio grande sogno, ah prof G di qua, prof G di là, cattedra di su, registro di giù ed è fantastico perchè sono stata io ed è stata la parte più intima e più vera di me stessa per tanto, ma anche troppo, tempo. E' stato il motore che accelerava i battiti del mio cuore, il mio sogno accompagnatore, la luce che illuminava il mio cammino ed un miscuglio di altre frasi fatte del genere. Ma adesso quel tempo è finito ed è tutto rosa e luminoso ugualmente. Non mi sento svuotata, non mi sento morire e non voglio scomparire. Adesso è qualcosa d'altro che mi fa battere il cuore e a quasi 21 anni lo so quanto sia difficile. Sarà quel laboratorio, sarà quel concorso letterario, sarà il professore strabravo e così empatico con noi, qualità che non avevo mai ritrovato all'università, sarà che era da un po' che non mi concentravo su quello che stavo facendo. Ad ogni modo adesso è tutto diverso. E' tutto cambiato. Non in bene e non in male, solo cambiato. Intravedo un qualcosa di meraviglioso per quello che potrebbe essere il mio futuro, che poi è un niente perchè non ho un'idea precisa di che cosa io debba fare, ma so che prima o poi sarà tutto più chiaro. Sulla strada giusta ci sono. Anche perchè non voglio fare della mia nuova aspirazione il mio "nuovo sogno" perchè il sogno della mia vita rimarrà per sempre quello di insegnare, perchè è diventato parte di me. Non chiamerò mai più niente con la parola "sogno" perchè lascerò per sempre alla mancata prof G il monopolio su questo sostantivo. Che poi, zero rimpianti perchè (ecco Lau qual era la frase che ti dicevo) i sogni sono imperfetti: diventano reali, perdono libertà. Quindi probabilmente non andrò ad insegnare, ma farò qualcosa di simile, come correggere. Perchè forse la vera aspirazione della mia vita l'ho capita solo adesso. Correggere, non insegnare. Usare la penna, non parlare. E forse queste ultime frasi, se solo mi concentro un po' di più, riescono a chiarificare tante cose e tanti dilemmi mai risolti della mia esistenza. Non ho paura di abbandonare un qualcosa in cui ho creduto davvero, non provo la sensazione di tradimento nei riguardi nessuna cosa e di nessuno. E poi il mio essere così penosamente indietro con gli esami, paradossalmente, mi sarà d'aiuto. Perchè il tempo è quello di cui ho bisogno per capire. Cioè, ho già in mente che cosa mi fa stare bene, ma non mi è ancora chiaro in che cosa consista realmente. Lo so che è un'assurdità e suona un po' come "in realtà mi cago addosso all'idea di dover stare sui libri tutti quegli anni, che superano di uno quelli necessari per laurearsi in medicina per arrivare a guadagnare poco più di mio papà che fa l'operaio da più di vent'anni, allora mi invento questo nuovo e fatidico impiego che faccio finta che mi provochi emozioni per, in realtà, mascherare il vergognoso fatto che non ho le palle per affrontare una simile impresa". Ma chi mi conosce lo sa che non sono così schifosamente merda e così piccola, moralmente ed eticamente parlando. E non toglierò quei manifesti, non staccherò quei poster e non strapperò quelle foto di cattedre e registri, perenne croce di mia mamma, dalle pareti della mia camera e nemmeno butterò a prendere polvere in un cassetto quel coso di legno con un maialino tanto carino che regge una pergamena con scritto "PROF G..." che mi ha regalato mia sorella a Natale di qualche anno fa. E non la pianterò nemmeno di non interrompermi ogni qualvolta la mia grafomania prende il sopravvento, specie durante le lezioni, e che mi porta a scrivere costantemente e spensieratamente "prof G.", "cattedra". Non la smetterò perchè adoro vivere nel paradosso, nell'incoerenza. Non farò la prof, o forse la farò. E se non la farò, magari farò qualcosa di più importante in questa vita (che, a dispetto di quelle balorde teorie sulla reincarnazione, è una sola) che però mi piaccia veramente. Ed è splendido non avere tutto sotto controllo. Io, che non ho il futuro sotto controllo. E' spettacolare.
Essere giunta mesi fa a queste conclusioni, probabilmente, avrebbe provocato una clamorosa distruzione del pianeta Terra, dato che il sole avrebbe cessato di splendere e la luna di brillare. Ma oggi niente paura.
Mi detesto quando sono contenta e mi sento di gran lunga più interessante quando sono cupa e incazzata. Stasera è andata così...sarà che sto scrivendo tra una pausa pubblicitaria e l'altra di Tempesta d'amore e sono straeccitata all'idea che Miriam possa tornare a ricordare e, di conseguenza, a camminare.
La vita è bellissima.
Niente paura, si vede la luna perfino da qui.
Bollettino: ho tolto i punti e, con la stessa intensità ed energia con cui quel dottorino me li ha strappati, avrei voluto staccargli i peli pubici ad uno ad uno, semplicemente, lentamente.
Abbiamo fatto loro un gran bel culo per l'errore dell'antibiotico ma, siccome il dottore è veramente troppo figo, abbiamo lasciato scemare la cosa e gli abbiamo concesso il perdono; tanto con questi buonissimi antistaminici che sanno di arancia sto meglio e i puntini piano piano se ne stanno andando fuori dal cazzo (o forse avrei dovuto coerentemente utilizzare il corrispettivo femminile di quest'ultimo termine).
Niente paura. Niente paura ci pensa la vita, mi han detto così.
Tanto per cominciare vorrei dichiarare tutto il mio trasporto verso questa canzone che, e non mi smentisco mai, continuo ad ascoltare a repeat perchè credo che abbia dentro di sè dei significati pazzescamente straordinari, camuffati da frasi comprensibili persino a mia cugina, feto da circa sei mesi e non ancora venuta alla luce.
E poi non poteva spuntare fuori in un periodo più azzeccato per Miss egocentrismo (che sarei io).
Sono contenta, quasi felice oserei dire, di me stessa: credo seriamente di essere finalmente cresciuta. Ed è un po' che mi capita di andare in fissa su tutti i manifesti, poster e foto appesi in camera mia che gridano tutti all'unanimità la stessa identica cosa da ormai circa sei anni. Tra tutte le volte in cui mi sono sentita in crisi sull'argomento, questa è l'unica volta in cui sento che essa è costruttiva e, cosa più importante, dalla mia parte. Perchè per la prima volta non sento il bisogno di andare ad ubriacarmi per dimenticare per qualche ora e nemmeno di gridare la mia paura del cambiamento a tutto il mondo arrancando supporti morali e consolazioni da chiunque mi capiti sottomano. Perchè non ho paura: per la prima volta in tutta la mia esistenza, non ho paura. Anzi, sono completamente e assolutamente elettrizzata. E non sento la coscienza che urla cose strane, non mi sento il cuore sbattere contro il cervello (o, come dir si voglia, quell'unico e solitario neurone-girino che girovaga al suo interno), non mi sento in colpa per aver tradito la me stessa di una vita e non mi faccio seghe mentali dello stesso genere. Sono solo contenta e, forse, lo sarebbe anche chi anni e anni fa i miei sogni li cullava e li smitizzava quasi allo stesso tempo, perchè sto facendo esattamente quello che tutti si aspettavano: andare all'università, crescere, capire bene quel poco che so fare, volare basso, disilludermi, maturare e cambiare idea. E l'ho fatto in quest'ordine. E sono stracontenta perchè per la prima volta non è il peso della consapevolezza di dover studiare una lingua morta e sepolta a farmi fare tre passi indietro. Non è quello che mi spaventa. Quello che mi spaventa di più è non riuscire a realizzare quello che voglio, quello che mi fa battere davvero il cuore adesso e quello che mi spaventava fino a qualche mese fa era poter bisbigliare quello che adesso riesco silenziosamente a gridare, ovvero che non è quello che voglio fare. Io non voglio insegnare. Io non voglio stare dietro a una cattedra ed essere la prof G. Non solo, almeno. Io non voglio. E per la prima volta non farò di tutto questo una tragedia, non strapperò tutte le autoriflessioni scritte su fogli e mica fogli in tutti questi anni, non dimenticherò l'entusiasmo rivoltante col quale un tempo saltavo addosso ad ogni persona sbattendole in faccia il mio "grande sogno", non dimenticherò l'ossessione che mi ha caratterizzato per buona parte della mia vita. E soprattutto non dimenticherò la persona che ha stimolato in me la nascita di quel mio grande sogno. E questo perchè adesso non ho paura a farlo. Sono veramente troppe le volte in cui mi sono presa a pugni con questi discorsi, del tipo che forse insegnare non è la mia strada, ultramegacopiosissime le volte in cui mi sono o mi hanno scoraggiata ma mai, e dico mai, ero riuscita ad affermare che il mio sogno sarebbe stato prossimo al suo funerale. Non ho paura perchè, ripeto, il latino sto cercando di ingoiarlo comunque e, per inciso, non è neanche poi così male. Francamente non voglio diventare quello che volevo diventare a quindici anni solo perchè ormai è diventato un mito, solo perchè da anni il mio soprannome è "prof". Ed oggi mi sta benissimo: quel coso schifido che è mio primo libro, non parla d'altro che del mio grande sogno, ah prof G di qua, prof G di là, cattedra di su, registro di giù ed è fantastico perchè sono stata io ed è stata la parte più intima e più vera di me stessa per tanto, ma anche troppo, tempo. E' stato il motore che accelerava i battiti del mio cuore, il mio sogno accompagnatore, la luce che illuminava il mio cammino ed un miscuglio di altre frasi fatte del genere. Ma adesso quel tempo è finito ed è tutto rosa e luminoso ugualmente. Non mi sento svuotata, non mi sento morire e non voglio scomparire. Adesso è qualcosa d'altro che mi fa battere il cuore e a quasi 21 anni lo so quanto sia difficile. Sarà quel laboratorio, sarà quel concorso letterario, sarà il professore strabravo e così empatico con noi, qualità che non avevo mai ritrovato all'università, sarà che era da un po' che non mi concentravo su quello che stavo facendo. Ad ogni modo adesso è tutto diverso. E' tutto cambiato. Non in bene e non in male, solo cambiato. Intravedo un qualcosa di meraviglioso per quello che potrebbe essere il mio futuro, che poi è un niente perchè non ho un'idea precisa di che cosa io debba fare, ma so che prima o poi sarà tutto più chiaro. Sulla strada giusta ci sono. Anche perchè non voglio fare della mia nuova aspirazione il mio "nuovo sogno" perchè il sogno della mia vita rimarrà per sempre quello di insegnare, perchè è diventato parte di me. Non chiamerò mai più niente con la parola "sogno" perchè lascerò per sempre alla mancata prof G il monopolio su questo sostantivo. Che poi, zero rimpianti perchè (ecco Lau qual era la frase che ti dicevo) i sogni sono imperfetti: diventano reali, perdono libertà. Quindi probabilmente non andrò ad insegnare, ma farò qualcosa di simile, come correggere. Perchè forse la vera aspirazione della mia vita l'ho capita solo adesso. Correggere, non insegnare. Usare la penna, non parlare. E forse queste ultime frasi, se solo mi concentro un po' di più, riescono a chiarificare tante cose e tanti dilemmi mai risolti della mia esistenza. Non ho paura di abbandonare un qualcosa in cui ho creduto davvero, non provo la sensazione di tradimento nei riguardi nessuna cosa e di nessuno. E poi il mio essere così penosamente indietro con gli esami, paradossalmente, mi sarà d'aiuto. Perchè il tempo è quello di cui ho bisogno per capire. Cioè, ho già in mente che cosa mi fa stare bene, ma non mi è ancora chiaro in che cosa consista realmente. Lo so che è un'assurdità e suona un po' come "in realtà mi cago addosso all'idea di dover stare sui libri tutti quegli anni, che superano di uno quelli necessari per laurearsi in medicina per arrivare a guadagnare poco più di mio papà che fa l'operaio da più di vent'anni, allora mi invento questo nuovo e fatidico impiego che faccio finta che mi provochi emozioni per, in realtà, mascherare il vergognoso fatto che non ho le palle per affrontare una simile impresa". Ma chi mi conosce lo sa che non sono così schifosamente merda e così piccola, moralmente ed eticamente parlando. E non toglierò quei manifesti, non staccherò quei poster e non strapperò quelle foto di cattedre e registri, perenne croce di mia mamma, dalle pareti della mia camera e nemmeno butterò a prendere polvere in un cassetto quel coso di legno con un maialino tanto carino che regge una pergamena con scritto "PROF G..." che mi ha regalato mia sorella a Natale di qualche anno fa. E non la pianterò nemmeno di non interrompermi ogni qualvolta la mia grafomania prende il sopravvento, specie durante le lezioni, e che mi porta a scrivere costantemente e spensieratamente "prof G.", "cattedra". Non la smetterò perchè adoro vivere nel paradosso, nell'incoerenza. Non farò la prof, o forse la farò. E se non la farò, magari farò qualcosa di più importante in questa vita (che, a dispetto di quelle balorde teorie sulla reincarnazione, è una sola) che però mi piaccia veramente. Ed è splendido non avere tutto sotto controllo. Io, che non ho il futuro sotto controllo. E' spettacolare.
Essere giunta mesi fa a queste conclusioni, probabilmente, avrebbe provocato una clamorosa distruzione del pianeta Terra, dato che il sole avrebbe cessato di splendere e la luna di brillare. Ma oggi niente paura.
Mi detesto quando sono contenta e mi sento di gran lunga più interessante quando sono cupa e incazzata. Stasera è andata così...sarà che sto scrivendo tra una pausa pubblicitaria e l'altra di Tempesta d'amore e sono straeccitata all'idea che Miriam possa tornare a ricordare e, di conseguenza, a camminare.
La vita è bellissima.
Niente paura, si vede la luna perfino da qui.
Bollettino: ho tolto i punti e, con la stessa intensità ed energia con cui quel dottorino me li ha strappati, avrei voluto staccargli i peli pubici ad uno ad uno, semplicemente, lentamente.
Abbiamo fatto loro un gran bel culo per l'errore dell'antibiotico ma, siccome il dottore è veramente troppo figo, abbiamo lasciato scemare la cosa e gli abbiamo concesso il perdono; tanto con questi buonissimi antistaminici che sanno di arancia sto meglio e i puntini piano piano se ne stanno andando fuori dal cazzo (o forse avrei dovuto coerentemente utilizzare il corrispettivo femminile di quest'ultimo termine).
sabato 3 novembre 2007
Mi è stato detto di andare a Lourdes. Che io ci debba andare è una cosa certa. Prima però mi piacerebbe riuscire a visitare Parigi.
Non sono una a cui piace lamentarsi di ciò che le accade, a dispetto di quello che gridano i miei ultimi post. Ma quando ho sentito la mia sorellona lamentarsi del prurito avvertito momentaneamente al collo, causato da un maglione di lana spiacevolmente pizzicante, non c'ho visto più. Nessuno e dico nessuno, nemmeno un malato terminale o chicchessia, può parlare a me di prurito, oggi. E nemmeno di dolore e nemmeno di sfiga e nemmeno di noia e nemmeno di "brutto periodo". Nessuno. Perchè dal momento in cui mi hanno dimessa da quella specie di ospedale non ho fatto altro che vivere nella sfiga. Prima coi dolori lancinanti ai miei amici 10 punti suturatimi in una delle parti più delicate del corpo umano. In seguito a codesto calvario è arrivata una grandiosa ipertermia a rendere magicamente vana ogni mia speranza di ripresa di vita sociale, lavorativa e, perchè no, anche studentesca (dato che frequento 3 corsi, e tutti e 3 straordinariamente obbligatori). Questa mia adorabilissima influenza è iniziata con uno sfottibile 37,1. E, quasi certamente, è stato proprio a causa della mia derisione verso la suddetta che essa si è vendicata della sua "affittuaria", cioè io, correndo celerissimamente verso il 38, 8 e proprio il giorno prima di venerdì, quel venerdì in cui avrei dovuto mostrare ai miei datori di lavoro tutta la mia abilità, tutto il mio carisma e tutta la mia voglia di lavorare. Ma io dalla febbre non mi sono mai lasciata abbattere. Tra la quarta e la quinta superiore, le volte in cui mi presentavo a scuola con 38 di febbre contro la volontà di mia mamma superano oltremodo quelle in cui mi palesavo fisicamente sana (sì, probabilmente in un mondo al contrario, ma mi andava di scrivere così). Io venerdì mattina mi sono alzata alle 7 e 30 in punto per poter raggiungere il negozio. Ma la mia dolcissima e sgamata mammina ha deciso di accompagnarmici facendo una maledetta puntatina da quello sfegatato tifoso di macchine sportive del nostro medico di famiglia. M'ha visitata. M'ha detto di stare a riposo assoluto (di nuovo, eccheccazzo) almeno fino a domenica. M'ha detto che sono affetta da bronchite asmatica. M'ha prescritto un antibiotico. Un altro: il giorno prima avevo finalmente finito l'altro, ultimazione seguita da un grido di gioia che ha fatto traballare la palazzina in cui vivo, che ha dovuto far mobilitare per forza di cose muratori e operai per restaurare le pareti e i mattoni abbattuti dal mio grido di libertà. Mi sono in seguito presentata sul posto di lavoro, ho salutato il mio collega anche se avrei voluto con tutte le mie forze abbracciarlo e pregarlo di tenermi al suo fianco su quello scomodissimo sgabellino per sfigati apprendisti e sono tornata in macchina da mia mamma che mi aspettava lì fuori con le quattro frecce ed un sorrisino di vittoria sottolineato da un movimento di sopracciglia che mi ha fatto sentire più perdente di quanto già solitamente mi ritrovo a sentirmi. Bene. E via con l'antibiotico. Lo prendo alle undici in punto in modo tale da non dover svegliarmi troppo presto nei vuotissimi giorni seguenti, con la decisa volontà di regalar loro più sonno e meno tedio. Nel pomeriggio una sensazione fisica particolare ha cominciato poi a farsi strada addosso alla mia persona. Ma ho superficialmente maturato la decisione di ignorare il fattaccio reprimendo quello che di strano sentivo, semplicemente con acqua e sapone. Ho riaccolto nel mio tubo digerente l'antibiotico alle ventitrè e la stessa sensazione particolare, quella notte (stanotte), non mi ha più dato tregua. Stamattina ne ho parlato con mia mamma. Il mio medico...irreperibile, come è giusto che sia, ovviamente. Cazzo non è possibile che io sia a tal punto perseguitata dalla sfiga e la cosa, devo ammetterlo, è addirittura in grado di regalarmi qualche sorriso, tra una camuffata bestemmia e l'altra. Perchè tra tutti i punti in cui quell'antibiotico del cazzo (che ho logicamente interrotto dietro al consiglio del farmacista) avrebbe potuto provocarmi un'orticaria, proprio lì doveva farlo. Tanto per girarci intorno, è quel punticino particolare comune a tutte le femminucce di qualsiasi età, accessibile esclusivamente al mio fidanzato e alla mia ginecologa. Dovrei forse provare imbarazzo a spiattellarlo qui ma in realtà, ripeto, mi fa solo ridere. Il prurito stesso mi fa ridere, come quando mi fanno il solletico o, che cazzo ne so, mi fanno l'antiquatissimo scherzo del filetto d'erba sulla gamba mentre prendo il sole. Mi fa terribilmente ridere, a maggior ragione considerando il letto di sfighe su cui quest'ennesima disgrazia si posa. Così, nella snervante attesa, meditando senza sosta sul tragitto dei miei da casa al supermercato, dal supermercato alla farmacia e dalla farmacia a casa, coltivando dentro e fuori di me il desiderio di abbracciare la rinfrescantissima pomatina Beben, ho fatto tutto quello che è stato nelle mie possibilità di fare. Ho cazzeggiato al computer, ho guardato la tele (qualcuno di mia conoscenza e che mi manca da morire, sicuramente a 'sto punto mi direbbe: "studiare no, eh Fede?" ed io risponderei sorridendo "e c'hai ragione"), ho scaricato due canzoni, ho corretto due ricerche di una mia amica e della sua amica di università, ho in quei momenti cambiato quasi totalmente prospettiva per il mio futuro lavorativo non più incentrato sull'insegnamento, ho rivoltato l'armadio spolverando la muffa depositatasi sotto gli ultimi capi d'abbigliamento nell'angolino comprati e mai indossati, ho ultimato il cambio della roba estiva (al tre di novembre) esaudendo il desiderio di mia mamma che aveva cominciato a pregarmi di farlo dal mio ritorno da Roma (l'uno di ottobre), ho riso con mia sorella, ho ricordato con lei quel lontano passato che ci ha viste bambine, ho ricordato le lotte e il sangue da lei più volte provocatomi, ho trattenuto Ale al telefono oltre il limite telefonico consentito alle coppie, ricevendo la sbalorditiva notizia che quella splendida persona del suo cugino di Bologna ha traslocato e messo la sua vecchia casa in affitto, proponendo ad Ale di andarci (ovviamente con la sottoscritta) ogni qualvolta fosse stato possibile ed ho fumato una delle poche sigarette concessemi in questi straordinari giorni. E così la pomatina è arrivata, tra le splendide mani della mia splendida mamma, nonchè splendida luce dei miei occhi. Mi sono sentita una ricercatrice d'oro di fronte alla sua agognata conquista. Per poco non mi sono lasciata accecare dalla bellezza e dalla magnificenza della sua confezione, dall'ammaliante incanto del suo tubetto e dalla sua consistenza deliziosissimamente incolore e inodore. E adesso che è passata qualche ora sto decisamente molto meglio. Meglio del peggio, ovviamente. Tra l'altro, il mio essere così tristemente patetica sta sfiorando livelli insperati persino da chi mi detesta e questo, ancora una volta, mi fa sorridere e anche tanto. Perchè poi ho talmente tante cose da fare che gira e rigira mi ritrovo a scrivere e a lamentarmi qui, nella remotissima speranza di essere compatita da qualcuno.
Rivoglio la mia vita.
Non sono una a cui piace lamentarsi di ciò che le accade, a dispetto di quello che gridano i miei ultimi post. Ma quando ho sentito la mia sorellona lamentarsi del prurito avvertito momentaneamente al collo, causato da un maglione di lana spiacevolmente pizzicante, non c'ho visto più. Nessuno e dico nessuno, nemmeno un malato terminale o chicchessia, può parlare a me di prurito, oggi. E nemmeno di dolore e nemmeno di sfiga e nemmeno di noia e nemmeno di "brutto periodo". Nessuno. Perchè dal momento in cui mi hanno dimessa da quella specie di ospedale non ho fatto altro che vivere nella sfiga. Prima coi dolori lancinanti ai miei amici 10 punti suturatimi in una delle parti più delicate del corpo umano. In seguito a codesto calvario è arrivata una grandiosa ipertermia a rendere magicamente vana ogni mia speranza di ripresa di vita sociale, lavorativa e, perchè no, anche studentesca (dato che frequento 3 corsi, e tutti e 3 straordinariamente obbligatori). Questa mia adorabilissima influenza è iniziata con uno sfottibile 37,1. E, quasi certamente, è stato proprio a causa della mia derisione verso la suddetta che essa si è vendicata della sua "affittuaria", cioè io, correndo celerissimamente verso il 38, 8 e proprio il giorno prima di venerdì, quel venerdì in cui avrei dovuto mostrare ai miei datori di lavoro tutta la mia abilità, tutto il mio carisma e tutta la mia voglia di lavorare. Ma io dalla febbre non mi sono mai lasciata abbattere. Tra la quarta e la quinta superiore, le volte in cui mi presentavo a scuola con 38 di febbre contro la volontà di mia mamma superano oltremodo quelle in cui mi palesavo fisicamente sana (sì, probabilmente in un mondo al contrario, ma mi andava di scrivere così). Io venerdì mattina mi sono alzata alle 7 e 30 in punto per poter raggiungere il negozio. Ma la mia dolcissima e sgamata mammina ha deciso di accompagnarmici facendo una maledetta puntatina da quello sfegatato tifoso di macchine sportive del nostro medico di famiglia. M'ha visitata. M'ha detto di stare a riposo assoluto (di nuovo, eccheccazzo) almeno fino a domenica. M'ha detto che sono affetta da bronchite asmatica. M'ha prescritto un antibiotico. Un altro: il giorno prima avevo finalmente finito l'altro, ultimazione seguita da un grido di gioia che ha fatto traballare la palazzina in cui vivo, che ha dovuto far mobilitare per forza di cose muratori e operai per restaurare le pareti e i mattoni abbattuti dal mio grido di libertà. Mi sono in seguito presentata sul posto di lavoro, ho salutato il mio collega anche se avrei voluto con tutte le mie forze abbracciarlo e pregarlo di tenermi al suo fianco su quello scomodissimo sgabellino per sfigati apprendisti e sono tornata in macchina da mia mamma che mi aspettava lì fuori con le quattro frecce ed un sorrisino di vittoria sottolineato da un movimento di sopracciglia che mi ha fatto sentire più perdente di quanto già solitamente mi ritrovo a sentirmi. Bene. E via con l'antibiotico. Lo prendo alle undici in punto in modo tale da non dover svegliarmi troppo presto nei vuotissimi giorni seguenti, con la decisa volontà di regalar loro più sonno e meno tedio. Nel pomeriggio una sensazione fisica particolare ha cominciato poi a farsi strada addosso alla mia persona. Ma ho superficialmente maturato la decisione di ignorare il fattaccio reprimendo quello che di strano sentivo, semplicemente con acqua e sapone. Ho riaccolto nel mio tubo digerente l'antibiotico alle ventitrè e la stessa sensazione particolare, quella notte (stanotte), non mi ha più dato tregua. Stamattina ne ho parlato con mia mamma. Il mio medico...irreperibile, come è giusto che sia, ovviamente. Cazzo non è possibile che io sia a tal punto perseguitata dalla sfiga e la cosa, devo ammetterlo, è addirittura in grado di regalarmi qualche sorriso, tra una camuffata bestemmia e l'altra. Perchè tra tutti i punti in cui quell'antibiotico del cazzo (che ho logicamente interrotto dietro al consiglio del farmacista) avrebbe potuto provocarmi un'orticaria, proprio lì doveva farlo. Tanto per girarci intorno, è quel punticino particolare comune a tutte le femminucce di qualsiasi età, accessibile esclusivamente al mio fidanzato e alla mia ginecologa. Dovrei forse provare imbarazzo a spiattellarlo qui ma in realtà, ripeto, mi fa solo ridere. Il prurito stesso mi fa ridere, come quando mi fanno il solletico o, che cazzo ne so, mi fanno l'antiquatissimo scherzo del filetto d'erba sulla gamba mentre prendo il sole. Mi fa terribilmente ridere, a maggior ragione considerando il letto di sfighe su cui quest'ennesima disgrazia si posa. Così, nella snervante attesa, meditando senza sosta sul tragitto dei miei da casa al supermercato, dal supermercato alla farmacia e dalla farmacia a casa, coltivando dentro e fuori di me il desiderio di abbracciare la rinfrescantissima pomatina Beben, ho fatto tutto quello che è stato nelle mie possibilità di fare. Ho cazzeggiato al computer, ho guardato la tele (qualcuno di mia conoscenza e che mi manca da morire, sicuramente a 'sto punto mi direbbe: "studiare no, eh Fede?" ed io risponderei sorridendo "e c'hai ragione"), ho scaricato due canzoni, ho corretto due ricerche di una mia amica e della sua amica di università, ho in quei momenti cambiato quasi totalmente prospettiva per il mio futuro lavorativo non più incentrato sull'insegnamento, ho rivoltato l'armadio spolverando la muffa depositatasi sotto gli ultimi capi d'abbigliamento nell'angolino comprati e mai indossati, ho ultimato il cambio della roba estiva (al tre di novembre) esaudendo il desiderio di mia mamma che aveva cominciato a pregarmi di farlo dal mio ritorno da Roma (l'uno di ottobre), ho riso con mia sorella, ho ricordato con lei quel lontano passato che ci ha viste bambine, ho ricordato le lotte e il sangue da lei più volte provocatomi, ho trattenuto Ale al telefono oltre il limite telefonico consentito alle coppie, ricevendo la sbalorditiva notizia che quella splendida persona del suo cugino di Bologna ha traslocato e messo la sua vecchia casa in affitto, proponendo ad Ale di andarci (ovviamente con la sottoscritta) ogni qualvolta fosse stato possibile ed ho fumato una delle poche sigarette concessemi in questi straordinari giorni. E così la pomatina è arrivata, tra le splendide mani della mia splendida mamma, nonchè splendida luce dei miei occhi. Mi sono sentita una ricercatrice d'oro di fronte alla sua agognata conquista. Per poco non mi sono lasciata accecare dalla bellezza e dalla magnificenza della sua confezione, dall'ammaliante incanto del suo tubetto e dalla sua consistenza deliziosissimamente incolore e inodore. E adesso che è passata qualche ora sto decisamente molto meglio. Meglio del peggio, ovviamente. Tra l'altro, il mio essere così tristemente patetica sta sfiorando livelli insperati persino da chi mi detesta e questo, ancora una volta, mi fa sorridere e anche tanto. Perchè poi ho talmente tante cose da fare che gira e rigira mi ritrovo a scrivere e a lamentarmi qui, nella remotissima speranza di essere compatita da qualcuno.
Rivoglio la mia vita.
giovedì 1 novembre 2007
Sei piccolo. Sei appena nato. Ma ho tantissime aspettative su di te. Sei incompleto ancora e per certi versi anche bruttino. Ma io lo so che un giorno arriverai ad essere di gran lunga migliore del tuo predecessore. Non ti ci vorrà neanche chissà quale sforzo, perchè tu sei il secondo, creato con molta più consapevolezza, maturità e razionalità, il migliore. Quando riuscirò a terminarti tu devi volare via, talmente lontano e in alto a tal punto da dare vita al mio riscatto. Non pretendo chissà che cosa da te, anche perchè ti voglio bene così come sei perchè ogni giorno tu mi ricordi che studiare non basta e che bisogna agire. Che la scuola è importante, ma è per chi si accontenta. Non pretendo che tu acquisisca chissà quale fama, figurati: nemmeno la mia immensa autostima può arrivare a desiderare, anche per la più piccola parte, una roba del genere. Ma devi aiutarmi a fare tacere quella gente che...lasciam perdere. Una parte considerevole di me stessa è nelle tue pagine: fanne ciò che vuoi. Io, ovviamente ogni qualvolta sarò ispirata, mi impegnerò per far sì che tu cresca. Ma già così piccolo e breve mi piaci, perchè sei mio. Sei un mio lavoro. Basterà che tu piaccia anche a una sola persona che non sia di parte, perchè io possa raggiungere la vera realizzazione personale. Anche a 21 anni.Chiedo scusa, ho 38,1 di febbre.
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