giovedì 27 dicembre 2007

Sono al lavoro. Data la straordinarietà del fatto che domenica parto e non potrò essere qui, ho deciso di farmi avanti e, con estrema caparbietà, venire qui in negozio oggi, nonostante non sia nè venerdì nè sabato.
Tra ieri sera e stamattina ho pensato. Il risultato è stato un piccolo bilancio riguardante gli ultimi Natali della mia vita. Sarà che al Natale, io come tanti, non attribuisco completamente il significato che meriterebbe, sarà che mi piacciono le emozioni, saranno tante altre cose messe insieme, ma quello di quest'anno è stato il miglior Natale degli ultimi anni. Probabilmente perchè sono davvero felice e non mi manca niente, ma forse soprattutto perchè mi sono di nuovo innamorata e sempre di più e mi piace quando accade. Il mio passerottino è tornato tra noi, ha fatto il suo ritorno in famiglia, è tornato dopo tre lunghi anni a parlare di calcio, e non solo, con mio papà, che dice di averlo "perdonato" per tutto: ed io sono felice perchè questa è stata la più bella notizia che avrei mai potuto ricevere, una botta al cuore, un impasto di emozioni pazzescamente grandi, il più bel regalo di Natale perchè è stato inaspettato, è stata una sorpresa e si sa quanto io adori le sorprese. Ma la cosa più straordinaria è che nel momento in cui mio papà ha pronunciato quel participio passato mi sono accorta di averlo "perdonato" anch'io, ergo di non averlo realmente mai fatto prima. Me ne stavo là a guardarli parlare e addirittura scherzare come un tempo ed è stato lì che mi sono sentita veramente felice e quindi mi son detta e ripetuta che il peggio ormai è passato: siamo in discesa. Poi quest'anno mi è piaciuto il detto inesistente del "Natale con i tuoi, S.Stefano (pranzo e cena) con i suoceri" perchè non è stato per niente male. Non è stato per niente male un cazzo, perchè ovviamente Ale se non mi fa incazzare non è contento, i conti non gli tornano e continua a ripetere gli stessi gesti e le stesse cose che mi danno fastidio anche se non colpiscono me direttamente ma magari una persona a cui teniamo in qualche modo entrambi, anche se lui dovrebbe tenerci infinitamente di più; ma sorrido ed evito brillantemente l'argomento perchè ogni volta che mi soffermo a pensare mi sale un nervoso che gli prenderei quello splendido nasino e glielo appenderei a qualche gancio, non arrugginito, ma di certo molto molto appuntito. Ed ogni tanto mi è passato per la testa il ricordo del Natale di tre anni fa, il ricordo di ciò che successe a mezzanotte, quella cazzo di telefonata in seguito ad aver vissuto il momento peggiore di tutta la mia vita. Ed ho anche ben presente il momento in cui questo ricordo brutto brutto m'è tornato in mente: è stato dopo la messa, quando ci siamo trovati tutti in piazza, la stessa piazza...quella piazza di merda. E tre anni fa, lì in quel punto, l'avevo visto e mi era arrivata quella botta pazzesca, quella notizia che mi aveva distrutto l'esistenza, il ricordo peggiore del peggior momento che io abbia mai vissuto. E quest'anno io me ne stavo di nuovo lì, nello stesso punto, coi capelli più lunghi e abiti diversi ma in compagnia delle stesse persone: e lui è arrivato e proprio mentre mi tornava il tutto in mente. Poi mi ha baciato ed è passato tutto, tutto il passato era passato. E accorgersi di quanto sia bella la vita, di quanto sia straordinaria, di quanto il tempo sia in grado di spazzare via tutto lo schifo e la merda, di quanto le sofferenze passino e di quanto il cuore sia in grado di cicatrizzarsi, è bellissimo e non ci sono altre parole o altri cazzi. Però, sinGeramente, pretendo di tornare molto presto al piattume quotidiano così estremamente in grado di incupirmi ed ispirarmi.

E fra tre giorni Firenze. (Madonna santa.)

sabato 15 dicembre 2007

Dopodichè tutto ciò che nel mondo possiede corpo e forma, ed anche ciò che non ce li ha, prende un'anima; all'improvviso ti senti viva e gli amici diventano complici, le persone comuni nessuno e i nemici un lontano ricordo; gli anni diventano giorni, i giorni ore, le ore minuti e i minuti secondi; gli esami non diventano altro che piccole ed insignificanti tappe obbligate e la cultura prende un senso nuovo e differente da quello che rappresenta in genere; la felicità diventa una catena da cui, una volta afferrata, non ti stacchi più; ventunanni diventano trenta, straordinariamente portati da una gonna quasi elegante e magari una camicia, che ne so io; tutto ciò che è lontano diventa oggetto della visuale di una lente d'ingrandimento; il passato diventa storia e il presente diventa il letto del futuro; i problemi diventano conquiste e le sofferenze barzellette. E tutto prende un senso, tutto diventa colorato. Pazzesco. E capisci che probabilmente è quello il punto massimo della realizzazione personale. Potrebbe essere proprio questo che si intende quando si dice di aver trovato la propria strada, è forse questo che significa crescere davvero. Sensazione strana, sensazione nuova, sensazione bella, sensazione vera.
(E qui ci starebbe una bestemmia di gioia...ma non lo faccio più da anni ormai.)

giovedì 13 dicembre 2007

Un post sulla Michi o sulla Marta, molto probabilmente, potrebbe risultare scontato. Ma non per questo mi sento di scrivere di te: sei importante perchè sei la dimostrazione di quanto io sia in grado di volere bene nonostante le mie vecchie idee, nonostante le vecchie convinzioni di una Fede che non mi rappresenta più totalmente, non come una volta. Non mi piacevi e lo sai. Adesso, oggi come oggi, ti adoro. E te lo dico spesso perchè non voglio aspettare che sia troppo tardi, vivo costantemente ogni giorno e con tutti nella convinzione che le occasioni per dire e soprattutto dimostrare alle persone quello che provo le debba cogliere ogni volta che posso perchè i rimpianti sono una cosa che proprio voglio che siano lontani da me. Alla larga. Qualcuno non capisce e non apprezza mentre altri, come te, mi rispondono frasi ironiche che mi descrivono come una povera illusa e dimostrano la mia, in realtà, immensa solitudine. Ed io rido tutte le volte. Ti voglio bene. E credo di averti stupita almeno un po', oggi, in questo giorno così speciale per te perchè, ad occhio e croce un mesetto fa, ti eri incazzata per il fatto di averti nominata solo sporadicamente in queste futilissime pagine virtuali e poi proprio tu che sei la mia sostenitrice numero uno, che ami come scrivo, che carichi la mia autostima con complimenti molto spesso immeritati a discapito della tua. Tu, che mi permetti ogni volta di fare la pseudocorrettrice di bozze, tu che ti fidi così tanto dei miei stupidi consigli. Tu, che nemmeno ti prendevo in considerazione tre anni fa, tu che hai vissuto al mio fianco per cinque anni ogni giorno nella mia stessa classe ed io che a momenti neanche mi ricordavo il tuo nome e tu (e rido tantissimo ogni giorno di questa cosa) che addirittura mi guardavi come un essere strano e senza pietà che avrebbe potuto alzarti le mani da un momento all'altro. Sei la migliore cazzo. Lo sai, giovedì scorso ho conosciuto la tua amica al laboratorio più interessante e fantastico esistente nel mondo. E mi sono resa conto, ancora una volta, sentendola parlare di te come della sua amica da una vita, di quanto fossi idiota ai tempi per non essermi resa conto di quella che eri e di quella che sei quando tutti e la Marta specialmente mi dicevano che in realtà eri tutt'altro che insipida e sfigata e di essermi accorta del loro aver ragione solo dopo la maturità ma, evidentemente non troppo tardi. Ed oltre al fatto fantastico di aver finalmente conosciuto qualcuno che frequenti il terzo anno di lettere e che vive qui nel paese vicino al mio, ovvero il tuo, e che quindi ha la reale percezione di che cosa parlo ogni qualvolta mi capiti di nominare il mio paese e le abitudini di queste parti, cosa che in tre anni non mi era ancora successa, sono contenta perchè ovviamente essendoci appena conosciute l'argomento principale sei tu. Ed oggi, te l'ho detto poco fa, di te abbiamo parlato tanto e mi è scattata quella cosa che io sono solita chiamare col nome della persona aggiungendole il suffisso "ite" che in questo caso si chiama "laurite" e mi sono resa conto ancora una volta di quanto tu sia....la Lau. Perchè poi ci sei sempre. E se dovessi scegliere il momento più bello della nostra amicizia, forse sai bene quale sarebbe. Dopo quella litigata della Madonna le ricordo bene le parole della Michi: "Fede potresti fregartene di tutte e tre, ma non della Lau...guarda che la Lau è una persona che vale". E infatti poi è arrivato quel momento. Che poi ogni giorno ti trovi mille difetti e anche di più, ti fai quattromila seghe mentali al giorno e spesso te le fai proprio per il fatto di fartele ed hai un'umiltà che è disarmante e poi sei buona in un modo in cui poche persone lo sono. Credi di essere inferiore a certe persone quando, e sai bene che non te lo dico perchè sei mia amica, a loro sei diecimilavolte superiore per intelligenza e tutto il resto. E poi, per la miliardesima volta, sei un sagittario, non potrai mai essere peggiore di nessuno. Io non ho amiche che non siano le migliori, ficcatelo in quella cazzo di testa.

Lo so, fa schifo questo post ma è colpa tua, che sei nata in un giorno in cui l'ispirazione è a meno di zero. Avrei potuto farti piangere se solo fossi nata domani.
(Consapevole che userai questa asserzione contro di me)

Tanti auguri, BUON COMPLEANNO ventunenne fragolina di bosco appena colta e appoggiata su una torta di panna.
Domani ti massacro di baci.

domenica 9 dicembre 2007

La domenica, durante il periodo natalizio, i negozi in centro Monza aprono. Sembra tanto l'introduzione di uno di quei temi, che all'epoca la Tiziana ci faceva chiamare "testi", che svolgevo con tanta ingenuità e non poca fierezza alle elementari. Ma in realtà non riguarda altro che l'odierna situazione della sottoscritta. Sono le 15 e 45 e, dalle 10 in punto di stamattina, sono entrati esattamente quattro clienti. Dalle 14 e 30 di questo pomeriggio ancora nessuno. Non mi era ancora capitato di assistere ad una cosa del genere perchè in settimana qui c'è un via vai che ti porta alla fine della giornata ad imprecare contro il cielo a causa della tua stanchezza. Beh, la maggior parte delle persone che conosco oggi sono in fiera a Milano, ergo suppongo che statisticamente un buon 20% della popolazione monzese sia lì, per tale motivo non qui. E non perchè a nessuno la domenica venga in mente di comprare cartucce o toner per stampanti e fax perchè noi vendiamo anche carte fotografiche di ogni genere, da quelle extralucide a quelle telate, da quelle extraopache a quelle transfert per tessuti, da quelle pretagliate per bigliettini da visita a quelle per lucidi per proiezione o da attaccare sopra le vetrate e si sa quanto esse possano allettare in questo periodo dell'anno. Perciò ho lasciato volare il cervello ed ho posto esso nella condizione di pensare e alla fine, quella che ne è risultata è stata una splendida e geniale intuizione: non manca niente, solo un cartello spiaccicato sulla vetrina che esponesse su di sè una tenera richiesta di attenzione al fatto che la domenica siamo incredibilmente aperti. Perciò, ancora una volta, mi sono ingegnata, ho cercato di assorbire vibrazioni artistiche a distanza dal mio ragazzo, che al momento è all'autodromo a muovere la testa a destra e a sinistra, ed ho creato il mio cartello. E' a dir poco fantastico e non vedo l'ora che i miei capi lo notino: mi fa sentire una gran bella persona.
Avrei altro da dire...e in altre occasioni (forse) mi tratterrei dal farlo, ma questa tastiera è a tal punto morbida ed eccitante che attrae a sè le mie dita come un cazzo una puttana quindi espongo il fatto (e so di essere noiosa nel farlo): oggi, ascoltando in macchina il cd del concerto più emozionante della Terra, mi sono sentita. Sì porca miseria, quella cogliona che grida "vai Laura" nel bel mezzo del primo medley, durante i tre secondi di silenzio tra il primo frammento di canzone e il secondo (per la precisione, tra "Dove sei" e "Mi libre cancion") sono assolutamente io. E questa sconvolgente convinzione non trova origine dal fatto risaputo che io sia una schifosa egocentrica, ma perchè proprio so di essere io. Ricordo di non aver mai smesso di cantare e ricordo anche molto bene che ad ogni relativo silenzio mi impegnavo con tutta la voce a gridarle il suo nome, per fare in modo che "mi sentisse"(ma anche e soprattutto che, diciamoci la patetica verità, nel cd che ne sarebbe uscito mi si sentisse); poi, altra prova a favore della mia tesi, di filmati ne ho fatti quella sera (senza guardare la fotocamera, ma li ho fatti) e ho ben presente quanto faccia cagare la mia voce urlante in stereo. Sì sono proprio io e non vedo l'ora che torni la Michi perchè me lo confermerà anche perchè, tra le altre cose, non ne ho l'assoluta certezza, ma qualcosa mi dice che invece l'urlo che segue il mio "vai Laura" che recita circa qualcosa come "uuuuh" è proprio il prodotto delle sue corde vocali, quelle della Michi intendo. Tutto ciò, ovviamente, non fa altro che rinvigorire la mia profonda convinzione che io abbia veramente troppi motivi per amare la vita (tra l'altro, e "accidenti" direi, sono appena entrati il quinto e il sesto cliente della giornata, mantenendosi coerenti alla legge secondo la quale essi non arrivano mai uno alla volta ma tutti insieme, oppure uno alla volta mentre fumi la tua siz. Al decimo, se mai ci arriveremo, mi toccherà assegnargli un premio).

Vado a fumarmi una meritata siz.

venerdì 7 dicembre 2007

Sono al lavoro e mi fanno i complimenti.
Mi fanno i complimenti e non è giusto.
Mi fanno i complimenti perchè notano con piacere e stupore che sto lavorando con un libro semisottolineato al mio fianco. Ma loro non lo sanno che...
Non me li merito tutti questi complimenti quindi vorrei baciare in fronte uno ad uno e dire loro "abbello te sbaji de grosso su de me".
Questo pomeriggio mi sento felice ma polemica con me stessa.
Sono felice perchè oggi..."come sei carina...mamma mia che carina, stai diventando uguale a tua madre...la Pierina, come la chiami tu". E la giornata ha preso tutto un altro significato. Quanto bene, porca puttana.

martedì 4 dicembre 2007

Quando sono felice sono anche solita portare all'estremo ogni cosa ed oggi come ieri e l'altro ieri mi sento di estremizzare il fatto che mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica scorsi, sono stati i giorni più belli dell'anno (tolto il 2 di giugno), per quanto mi riguarda. Sono stata in Calafrica a trovare mia nonna, i miei otto zii, le loro rispettive mogli e i loro rispettivi mariti e i miei esattamente tredici cugini, quattordici se si conta la Gagliardina in arrivo fra meno di un mese, entro quest'anno. Non mi va di spiegare quanto io sia stata bene e coccolata nella complessività di ogni attimo perchè per prima cosa, è un qualcosa che a parole non riesco ad esprimere o forse solo non ne ho voglia e, in secondo luogo, lo dimostra il mio temporaneo disimpegno nei confronti di qualsiasi persona avessi lasciato qui, ergo niente telefonate e pochi, pochissimi sms, al mio ragazzo compreso. Non ho pensato a un cazzo di niente, solo a quanto stessi bene. Divinamente. Però c'è di importante da dire che ho preso l'aereo per la prima volta nella mia vita ed è stata una figata, meglio di Gardaland. Piccola eccezione fatta per il ritorno in cui mio papà russava ed io piangevo ed eravamo grandi insieme perchè ciò che ne è uscito è stato un delizioso concerto; frignavo nonostante sapessi che avrei di lì a breve riabbracciato mia mamma ma, guadagnando lei, avrei perso loro fino al prossimo pellegrinaggio nella profondità più profonda dello stivale. Ma non ne voglio più parlare perchè no. Non voglio parlare della zia Anna perchè quello che ho dentro è un qualcosa per il quale le parole non sono ancora state inventate.
Ad ogni modo sono tornata e tutto mi ha fatto immediatamente schifo. Fino a ieri sera. Ero sul semidepresso andante in quanto uscivo da cinque giorni di piacevolissimamente soffocante calore umano fatto di dialetto e modi di dire incomprensibili, in risposta ai quali ho annuito innumerevoli volte senza capirne il reale significato, ed entravo nella solita quotidianità in cui, sì, è costellata anch'essa da svariate varietà di affetti ma che non è quello delle persone che non vedevo da quattro anni perchè la mia mamma la vedo tutti i giorni (ma questo non vuol dire che io dia ogni cosa quotidiana per scontata). E' un concetto difficile da spiegare e non sono molto ispirata al momento perciò chi mi vuole capire mi capisca. Verso le ventuno e zero zero è suonato il citofono ed era l'Elmi che mi ha comunicato gentilmente e con un pizzico di gaiezza il fatto di essere passata a salutarmi dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. Era chiaro fin da subito che si stava trattando di un inganno: a dispetto della mia aria da ingenua deficiente avevo capito che c'era sotto una qualche cosa perchè è parecchio insolito che l'Elmi dopo aver lavorato mi si fosse presentata qui per "un saluto" anche se, devo ammettere, è una cosa che in passato è capitata...ma allora non era così tanto su di tono come ieri sera. Mi sono infilata la giacca nuova con la stessa delicatezza che si assume infilando un preservativo (dopo un pomeriggio di shopping sfrenato per il quale mia mamma ha dovuto dar via entrambi i reni, un braccio, tre dita e una palpebra), prendo le siz, scendo e accolgo l'Elmi con un sonoro "che cazzo ci fai qui" e lei, col suo storico smile mi dice affettuosissimamente "ciao Fedee". Bah. Tempo 3 secondi e mezzo e spuntano fuori dallo scivolo del garage la Marta la Michi la Lau la Cri e il pezzo forte che sarebbe la Ele. Mi abbracciano e mi baciano e scopro con un immensissimo e per niente celato piacere che la storia del "non ti abbiamo comprato niente per il tuo compleanno perchè tanto sappiamo come sei fatta ergo sappiamo che non te la prenderai" comunicatami dalle suddette a quella specie di festeggiamento dei miei ventun anni era una clamorosa e bestiale balla. Del resto CD E DVD DEL CONCERTO DELLA PRIMA DONNA A SAN SIRO sono usciti tre giorni dopo il giorno della mia nascita. Anche se, oltre a quel meraviglioso presente, non mi hanno risparmiato la mutandina rossa sexy di Intimissimi per prendermi per il culo, ma questa è tutta un'altra storia. Ad ogni modo il punto è che, senza il bisogno di essere la Fede sdolcinata e sentimentale che odio essere (e ci sto lavorando per eliminare il difetto), ho dovuto salutare la mia abnorme famiglia ma come sono arrivata a casa ho trovato loro. E con questo chiudo il discorso.
Pomeriggio mi sono sparata l'intero Dvd, backstage incluso, e il risultato è che ho tutti gli occhi infiammati. Sono stanca di piangere. E poi finalmente sono riuscita a vedere con chiarezza la sua entrata sul palco, cosa che nella realtà del momento sono riuscita a scorgere solo a dieci minuti dall'inizio e ciò mi è costato quasi uno svenimento e la Michi se lo ricorda bene. Non ha sbagliato un cazzo. Un cazzo. Non ha stonato un cazzo. Non ha esitato mai, per un solo cazzo. L'unico neo di tutto il concerto è stato Tiziano Ferro ma ci ha pensato LEI a farlo apparire un essere dignitoso, tanto che sembrava quasi un cantante. Ed io c'ero. Ovviamente, come ogni persona mortalmente egocentrica che sia davvero tale, mi è sembrato che in ogni inquadratura della terza fila del prato ci fosse la sottoscritta insieme alla Michi, ma in realtà non ci si vede per un cazzo. Ma che importa: di nuovo, io c'ero e noi c'eravamo, sotto quel diluvio, il diluvio più bello della mia vita nel giorno più emozionante della mia vita. Ma anche qui interrompo lo struggente monologo (anche perchè a proposito di tutto ciò ho scritto e riscritto nel mio caro vecchio e futilissimo blog precedente) e induco me stessa a concludere dicendo che il fatto che ora io sia in possesso del prezioso dvd e dell'altrettanto prezioso cd non distoglierà me e la Michi dal sintonizzarci mano per la mano su italia 1 la sera di martedì 11 dicembre, in cui inspiegabilmente e contro ogni legge del mercato, questo canale trasmetterà il suddetto e ridetto spettacolo (logicamente credo proprio in versione stratagliata e ultraridotta). Perchè LEI merita di essere ascoltata. Mi si permetta di riportare ancora una volta questo:

E quel che rimaneva della mia voce da culo lo si sentiva, i due "Lauraaa" finali poi, un toccasana per le orecchie. Ah, ricordo bene anche la bocciatura all'esame della settimana seguente. Attimi fantastici.

UNA DONNA DI VOI. UNA DONNA COME VOI. [...] E L'HO FATTO CON VOI.

Amo la vita.

sabato 24 novembre 2007

Sono al lavoro.
Mi piace il mio lavoro. Mi piace, oltre a perchè posso chiamarlo il mio lavoro, soprattutto perchè è un lavoro e, come tutti i lavori, trasforma me stessa in una studentessa lavoratrice il che mi fa sentire di gran lunga più figa di prima di averne uno. Sto scrivendo dalla tastiera del computer del lavoro e mi piace perchè è bella morbida e poi il mouse non ha il filo ed è carino: è proprio un bel topolino. Mi piace il mio lavoro perchè certe volte entrano dei clienti simpatici, che mi piacciono: certi vecchietti me li mangerei tanto sono belli. Ad altri sparerei nel culo, ma oggi voglio essere positiva, sorridere e ammiccare anche a chi mi detesta per il mio essere così odiosamente lenta. Poi mi piace il mio lavoro perchè questo è un negozietto tranquillo e piccolino che, con la stufetta portata dal mio capo, si scalda in due secondi e poi è intimo, un concentrato di cartucce per stampanti e carte fotografiche che sembra avvolgermi come uno stronzo di merda lo è dal suo intestino: ok che non è una gran bella metafora ma non mi andava di trovarne una banale, sdolcinata e sentimentale perchè credo fermamente che sia ancora presto per certe cose. Forse un giorno mi attaccherò a tal punto a questo posto da poter riuscire a dire che esso mi protegge come i petali di un fiore fanno nei confronti del proprio polline o come una madre protegge il suo bambino nel suo grembo e così via. Mi piace il mio lavoro perchè quando ne ho voglia posso aprire la porta, piazzarmici davanti e fumarmi una siz osservando malinconicamente il traffico monzese che, su questo famoso"corso", gode di una particolare notorietà. Da qui posso assistere a tutti gli incidenti, ai furti (proprio poco fa ho assistito in diretta al furto di una bici con tanto di eccitante scasso di lucchetto), ai litigi e alle cadute delle persone, posso ascoltare abusivamente i discorsi o le telefonate di chi si ferma qui davanti. Poi mi piace il mio lavoro perchè ogni volta che qualcuno vuole effettuare un cambio di cartuccia o fare altre cose importanti, difficili e che richiedano intelligenza e capacità, gli devo solamente sorridere e dire:"torni pure lunedì quando sarà presente il titolare sa, sto imparando e non sono autorizzata a fare queste cose". Insomma è il lavoro perfetto. Perchè poi eccomi qui a scrivere, a navigare e cazzi e mazzi, ogni tanto entra un cliente, gli sorrido e gli vendo quello che vuole. Poi mi sento anche una figa, anche se dentro di me una diabolica ignorante, quando mi chiedono un consiglio su che cosa fare se tale cartuccia non funziona, o come mai la sua stampante della minchia non gli segna quanto inchiostro manca, ed io ripeto come la Bellorini ripeteva le lezioni imparate a memoria dal libro, tutto ciò che ho già sentito in precedenza dire da quel figo del mio titolare. Per non parlare di quanto mi senta una superdonna ogni volta che mi capita di fare una fattura (tristemente e sfigatamente consapevole che in realtà il mio unico compito nel farla è quello di lanciare la stampa, prendere i soldi e piegare il foglietto il più precisamente possibile). Poi è fantastico perchè posso studiare: a tal proposito ho proprio qui al mio fianco il libro che, anche se chiuso, accoglie sopra di sè una splendida matita a scatto e quando mi stancherò di cazzeggiare nell'attesa di un nuovo e misterioso cliente potrò aprirlo e utilizzare la suddetta con tanta gioia e altrettanto amore (anche se, accidenti per non dire porcaputtanatroia, latente) per la cultura.
Sette minuti fa è entrato un tizio sulla settantina che mi ha chiesto dove fosse una via di Monza allora, insieme e appassionatamente, abbiamo consultato la cartina e l'abbiamo trovata e, tra le altre cose, era esattamente dove in precedenza gli avevo indicato. Proprio mentre qualcosa di importante tra noi stava nascendo avrei voluto dirgli, col piglio della donna invaghita e da brava venditrice quale non sono,"compri una cartuccia!"ma, ovviamente, gli ho risparmiato questo patetico intervento da sfigata. Ad ogni modo non avrei nemmeno avuto bisogno di certi giochetti perchè 'sto negozio va alla grande. Si tratta di un negozio figo (Dio no, mi sto affezionando, presto passerò alle metafore del fiore e della gestante). Ad ogni modo qualche ora fa sono andata in depressione per aver fatto un errore madornale, un qualcosa che non dimenticherò molto facilmente perchè soprattutto non dimenticherò mai il tono incazzato del mio capo al telefono, una volta scoperto il fattaccio. Ma sono per forza di cose ottimista. Si sistemerà tutto (sì, certo). E poi, come si può essere dominati da depressione in vista della serata che mi aspetta? Tutte dalla Lau per una specie di prefesteggiamento dei miei prossimi 13 anni. La depressione e questo fatto non possono andare d'accordo e non vedo l'ora di raccontare loro il mio erroraccio del dios per ricevere quella valanga atroce di insulti che, però, mi piace tanto. Il signorino Ale mi ha rivelato poco fa che pomeriggio sarebbe andato, poraccio, a fare shopping e che probabilmente sarebbe passato di qua. Bene, scontato che se ciò avverrà mi ritroverò fantasticamente single quando, guardando anche con poca attenzione i miei capelli nello stato in cui sono oggi dopo una gran bella mattinata di umidità e pioggia, avrà realizzato per l'ennesima volta di stare insieme a una cessa ambulante. Ho freddo, accendo la stufetta trattenendomi dal fare battute mentalmente a dir poco oscene e datate del tipo"la stufetta si è stufata, cucinerò lo stufato" e cose così (che poi alla fin fine l'ho fatto).
Comunque il mio unico pensiero fisso al momento, oltre al fatto che mi scappa una pipì probabilmente chilometrica, è che la chiusura stasera mi dovrà venire perfetta, i conti alla fine dovranno tornare tutti ed i procedimenti dovranno essere tutti esattissimamente esatti altrimenti prenderò seriamente in considerazione l'idea di tagliarmi le vene: potrei non farcela a sopportare un altro errore.
Solitamente vado abbastanza fiera dei miei post ma quello di oggi mi fa vomitare però sono giustificata: sono stata più volte interrotta dal mio lavoro.

sabato 17 novembre 2007

Non ho alcunchè di particolarmente interessante da comunicare al mondo.
Ma sono in possesso di alcuni argomenti a favore della tesi secondo la quale è giusto che io oggi abbia aperto un nuovo post.
Innanzi tutto (e mi lapiderei per l'imperdonabile ritardo) la Marta è ufficialmente munita di un modem da circa due settimane anche se solo lo scorso lunedì l'ho omaggiata della consacrazione ufficiale, scaraventandola nel mondo di msn. Ciò significa che l'unica persona rimanente, ancorata al mondo cartaceo e straordinariamente reale, è il mio fidanzato: ma quest'ultimo non possiede manco un 286 perciò ogni speranza di ritrovarmi casualmente davanti agli occhi, un giorno una frase del tipo, "Sapo ha effettuato l'accesso" è tristemente vana. Ma onestamente questo fatto è ok, in realtà, perchè contribuisce giorno dopo giorno ad ottimizzare quell'immagine incontaminata, ingenua e tenera che a lui mi capita spesso e volentieri di associare.
Dicevo, la Marta possiede un modem, una connessione adsl, una casella di posta elettronica, anzi tre, mozilla e msn. A proposito di quest'ultimo punto, devo confessare che provo una specie di piacere mistico e mi sembra di sognare ogni qualvolta, solitamente alla sera, mi ritrovo casualmente ad osservare per un paio di secondi quel piccolo riquadro contenente il suo nome nella parte bassa a destra dello schermo del computer ed in seguito visualizzare quest'ultimo accompagnato dall'omino verde insinuato tra gli altri contatti. E, contro le mie diaboliche ma comprensibili aspettative, devo ammettere che non è nemmeno poi così impedita: ieri sera è persino riuscita, in completa autonomia e senza alcun tipo di ausilio esterno, ad invitare la Cri nella nostra tripla conversazione con la Lau, tramutandola in tal maniera in quadrupla. E' una persona fantastica. Ed è con tutte le probabilità a causa di questo insperato avvenimento che una serie di incubi hanno contaminato quest'ultima ed ennesima mia nottata insonne. Ad ogni modo sono felice, e sia chiaro che non pronuncio nè scrivo mai questa parola senza motivo, perchè, tra le altre cose, sono riuscita ad impossessarmi di foto e video di quella pazzescamente famosa e speciale nottata in riva al lago. E così ho riesumato dalla mia memoria il ricordo del freddo dell'aria lacustre che ci surgelò quasi completamente il culo e contemporaneamente l'anima. E ricordo nitidamente il nostro vitale bisogno di muovere qualsiasi parte dei nostri corpi, per poter sconfiggere il clima imbestialito e riuscire ergo a scongelare culi e anime. Per non parlare degli innumerevoli neuroni semicongelati che facevano a gara fra di loro per guadagnarsi un posto caldo nell'unico punto dei nostri cervelli ancora funzionante e quindi carico di calore. Ma il seguente video probabilmente riesce ad esprimere con maggiore chiarezza di quanto possa arrivare a conseguirne io stessa, di tutto ciò che avvenne all'interno delle nostre misere e gracili scatolette craniche quella notte.



Tra l'altro, proprio sul finire di questo piccolo ma interessante video, è lampante ed esplicita la mia volontà di far sì che una certa persona fosse stata ripresa in tutto il suo splendore, giust'appunto mi sono ritrovata ad esclamare alla camerawoman di quel momento precisamente la frase:"guarda la Ele". Questo perchè ho trovato corretto fare in modo che la nostra signora, dea degli dèi, umile ma onnipotente donna, splendidamente ricca proletaria, signora di tutte le signore e i signori, gioia e grazia dell'universo intero, regina delle mollettone casarecce per capelli, fosse stata visibile a chiunque lo desiderasse, per far sì che il suo viso mattutino a dir poco fiabesco sarebbe potuto essere d'esempio e conforto a tutti coloro che disprezzano il proprio aspetto estetico. Inoltre poteva essere utile sghignazzare per qualsiasi cosa, quella notte. Rimanere seri avrebbe potuto rivelarsi deleterio perchè quando si è corrucciati si pensa e pensare ci avrebbe ripetutamente portato a capire quanto in realtà l'idea di passare la notte fuori con tali modalità non era stata poi così brillante. E' stato così che la Marta si è riappropriata della sua fotocamera, riprendendo la dolcissima signora in tutto il suo splendore, inconsapevole che qualche mese più tardi il mondo del web avrebbe ringraziato a go go per questo suo eroico e coraggioso gesto.



Ed è così che, di nuovo sul finire di quest'ultimo video, il quarto membro della nostra combriccola, nonchè unico elemento realmente lecchese, ha proferito la frase più vera, sincera e sentita di tutta la nottata. Alla mia proposizione enunciata in difesa del terribilissimo aspetto della nostra signora che recitava circa "lei ha dormito, eh", la suddetta ragazza lecchese ha, in tutta risposta, affermato "era meglio stare svegli". Ora, è innegabile il fatto che abbia sbagliato la flessione dell'aggettivo, provocando un'inversione di genere, dato che eravamo in quattro e in quattro con la patatina e senza pisellino, ma è altrettanto vero che il concetto da lei espresso è stato tuttavia molto chiaro: ha affermato con poche ma esaustive parole un pensiero condiviso e semitaciuto da tutte quante, ovvero qualcosa del tipo "Elenaveronicaserena sei fantastica e ti adoriamo, ma fai davvero cagare".
Ora, voltando pagina e affrontando discorsi decisamente meno interessanti, mi dichiaro contenta perchè:
  • questa mattina sono volata in posta ed ho fatto partire il vaglia per Firenze, consapevole del fatto che dovrò per forza di cose digiunare e vivere di stenti per tutto l'arco del prossimo mese per risparmiare. Ma almeno la questione di capodanno è sistemata.
  • domani riprenderò il mio, interrotto circa due anni fa, percorso verso l'imbottimento di quel cuscino sul quale si presume dormirò quando sarò vecchia, chiamato pensione: firmerò il contratto e comincerò a fracassare i coglioni ad amici e conoscenti pregandoli con tutta me stessa di passare a trovarmi in negozio qualche sabato, magari corrompendoli regalando loro una penna caratteristica o più semplicemente, se mi vedrò costretta, passando a puri e innocenti ricatti. (Per quanto riguarda la pausa pranzo di domani ho già corrotto la Michi.)
  • idee e voglia di fare sono incredibilmente all'orizzonte: ho trovato la mia strada e intravedo per me stessa un futuro roseo e radioso, costellato da cose belle.
  • questi fiorellini fanno vomitare.

martedì 6 novembre 2007

A parte che i sogni passano, se uno li fa passare. Alcuni li hai sempre difesi, altri hai dovuto vederli finire. Niente paura.
Niente paura. Niente paura ci pensa la vita, mi han detto così.

Tanto per cominciare vorrei dichiarare tutto il mio trasporto verso questa canzone che, e non mi smentisco mai, continuo ad ascoltare a repeat perchè credo che abbia dentro di sè dei significati pazzescamente straordinari, camuffati da frasi comprensibili persino a mia cugina, feto da circa sei mesi e non ancora venuta alla luce.
E poi non poteva spuntare fuori in un periodo più azzeccato per Miss egocentrismo (che sarei io).
Sono contenta, quasi felice oserei dire, di me stessa: credo seriamente di essere finalmente cresciuta. Ed è un po' che mi capita di andare in fissa su tutti i manifesti, poster e foto appesi in camera mia che gridano tutti all'unanimità la stessa identica cosa da ormai circa sei anni. Tra tutte le volte in cui mi sono sentita in crisi sull'argomento, questa è l'unica volta in cui sento che essa è costruttiva e, cosa più importante, dalla mia parte. Perchè per la prima volta non sento il bisogno di andare ad ubriacarmi per dimenticare per qualche ora e nemmeno di gridare la mia paura del cambiamento a tutto il mondo arrancando supporti morali e consolazioni da chiunque mi capiti sottomano. Perchè non ho paura: per la prima volta in tutta la mia esistenza, non ho paura. Anzi, sono completamente e assolutamente elettrizzata. E non sento la coscienza che urla cose strane, non mi sento il cuore sbattere contro il cervello (o, come dir si voglia, quell'unico e solitario neurone-girino che girovaga al suo interno), non mi sento in colpa per aver tradito la me stessa di una vita e non mi faccio seghe mentali dello stesso genere. Sono solo contenta e, forse, lo sarebbe anche chi anni e anni fa i miei sogni li cullava e li smitizzava quasi allo stesso tempo, perchè sto facendo esattamente quello che tutti si aspettavano: andare all'università, crescere, capire bene quel poco che so fare, volare basso, disilludermi, maturare e cambiare idea. E l'ho fatto in quest'ordine. E sono stracontenta perchè per la prima volta non è il peso della consapevolezza di dover studiare una lingua morta e sepolta a farmi fare tre passi indietro. Non è quello che mi spaventa. Quello che mi spaventa di più è non riuscire a realizzare quello che voglio, quello che mi fa battere davvero il cuore adesso e quello che mi spaventava fino a qualche mese fa era poter bisbigliare quello che adesso riesco silenziosamente a gridare, ovvero che non è quello che voglio fare. Io non voglio insegnare. Io non voglio stare dietro a una cattedra ed essere la prof G. Non solo, almeno. Io non voglio. E per la prima volta non farò di tutto questo una tragedia, non strapperò tutte le autoriflessioni scritte su fogli e mica fogli in tutti questi anni, non dimenticherò l'entusiasmo rivoltante col quale un tempo saltavo addosso ad ogni persona sbattendole in faccia il mio "grande sogno", non dimenticherò l'ossessione che mi ha caratterizzato per buona parte della mia vita. E soprattutto non dimenticherò la persona che ha stimolato in me la nascita di quel mio grande sogno. E questo perchè adesso non ho paura a farlo. Sono veramente troppe le volte in cui mi sono presa a pugni con questi discorsi, del tipo che forse insegnare non è la mia strada, ultramegacopiosissime le volte in cui mi sono o mi hanno scoraggiata ma mai, e dico mai, ero riuscita ad affermare che il mio sogno sarebbe stato prossimo al suo funerale. Non ho paura perchè, ripeto, il latino sto cercando di ingoiarlo comunque e, per inciso, non è neanche poi così male. Francamente non voglio diventare quello che volevo diventare a quindici anni solo perchè ormai è diventato un mito, solo perchè da anni il mio soprannome è "prof". Ed oggi mi sta benissimo: quel coso schifido che è mio primo libro, non parla d'altro che del mio grande sogno, ah prof G di qua, prof G di là, cattedra di su, registro di giù ed è fantastico perchè sono stata io ed è stata la parte più intima e più vera di me stessa per tanto, ma anche troppo, tempo. E' stato il motore che accelerava i battiti del mio cuore, il mio sogno accompagnatore, la luce che illuminava il mio cammino ed un miscuglio di altre frasi fatte del genere. Ma adesso quel tempo è finito ed è tutto rosa e luminoso ugualmente. Non mi sento svuotata, non mi sento morire e non voglio scomparire. Adesso è qualcosa d'altro che mi fa battere il cuore e a quasi 21 anni lo so quanto sia difficile. Sarà quel laboratorio, sarà quel concorso letterario, sarà il professore strabravo e così empatico con noi, qualità che non avevo mai ritrovato all'università, sarà che era da un po' che non mi concentravo su quello che stavo facendo. Ad ogni modo adesso è tutto diverso. E' tutto cambiato. Non in bene e non in male, solo cambiato. Intravedo un qualcosa di meraviglioso per quello che potrebbe essere il mio futuro, che poi è un niente perchè non ho un'idea precisa di che cosa io debba fare, ma so che prima o poi sarà tutto più chiaro. Sulla strada giusta ci sono. Anche perchè non voglio fare della mia nuova aspirazione il mio "nuovo sogno" perchè il sogno della mia vita rimarrà per sempre quello di insegnare, perchè è diventato parte di me. Non chiamerò mai più niente con la parola "sogno" perchè lascerò per sempre alla mancata prof G il monopolio su questo sostantivo. Che poi, zero rimpianti perchè (ecco Lau qual era la frase che ti dicevo) i sogni sono imperfetti: diventano reali, perdono libertà. Quindi probabilmente non andrò ad insegnare, ma farò qualcosa di simile, come correggere. Perchè forse la vera aspirazione della mia vita l'ho capita solo adesso. Correggere, non insegnare. Usare la penna, non parlare. E forse queste ultime frasi, se solo mi concentro un po' di più, riescono a chiarificare tante cose e tanti dilemmi mai risolti della mia esistenza. Non ho paura di abbandonare un qualcosa in cui ho creduto davvero, non provo la sensazione di tradimento nei riguardi nessuna cosa e di nessuno. E poi il mio essere così penosamente indietro con gli esami, paradossalmente, mi sarà d'aiuto. Perchè il tempo è quello di cui ho bisogno per capire. Cioè, ho già in mente che cosa mi fa stare bene, ma non mi è ancora chiaro in che cosa consista realmente. Lo so che è un'assurdità e suona un po' come "in realtà mi cago addosso all'idea di dover stare sui libri tutti quegli anni, che superano di uno quelli necessari per laurearsi in medicina per arrivare a guadagnare poco più di mio papà che fa l'operaio da più di vent'anni, allora mi invento questo nuovo e fatidico impiego che faccio finta che mi provochi emozioni per, in realtà, mascherare il vergognoso fatto che non ho le palle per affrontare una simile impresa". Ma chi mi conosce lo sa che non sono così schifosamente merda e così piccola, moralmente ed eticamente parlando. E non toglierò quei manifesti, non staccherò quei poster e non strapperò quelle foto di cattedre e registri, perenne croce di mia mamma, dalle pareti della mia camera e nemmeno butterò a prendere polvere in un cassetto quel coso di legno con un maialino tanto carino che regge una pergamena con scritto "PROF G..." che mi ha regalato mia sorella a Natale di qualche anno fa. E non la pianterò nemmeno di non interrompermi ogni qualvolta la mia grafomania prende il sopravvento, specie durante le lezioni, e che mi porta a scrivere costantemente e spensieratamente "prof G.", "cattedra". Non la smetterò perchè adoro vivere nel paradosso, nell'incoerenza. Non farò la prof, o forse la farò. E se non la farò, magari farò qualcosa di più importante in questa vita (che, a dispetto di quelle balorde teorie sulla reincarnazione, è una sola) che però mi piaccia veramente. Ed è splendido non avere tutto sotto controllo. Io, che non ho il futuro sotto controllo. E' spettacolare.
Essere giunta mesi fa a queste conclusioni, probabilmente, avrebbe provocato una clamorosa distruzione del pianeta Terra, dato che il sole avrebbe cessato di splendere e la luna di brillare. Ma oggi niente paura.
Mi detesto quando sono contenta e mi sento di gran lunga più interessante quando sono cupa e incazzata. Stasera è andata così...sarà che sto scrivendo tra una pausa pubblicitaria e l'altra di Tempesta d'amore e sono straeccitata all'idea che Miriam possa tornare a ricordare e, di conseguenza, a camminare.
La vita è bellissima.

Niente paura, si vede la luna perfino da qui.


Bollettino: ho tolto i punti e, con la stessa intensità ed energia con cui quel dottorino me li ha strappati, avrei voluto staccargli i peli pubici ad uno ad uno, semplicemente, lentamente.
Abbiamo fatto loro un gran bel culo per l'errore dell'antibiotico ma, siccome il dottore è veramente troppo figo, abbiamo lasciato scemare la cosa e gli abbiamo concesso il perdono; tanto con questi buonissimi antistaminici che sanno di arancia sto meglio e i puntini piano piano se ne stanno andando fuori dal cazzo (o forse avrei dovuto coerentemente utilizzare il corrispettivo femminile di quest'ultimo termine).

sabato 3 novembre 2007

Mi è stato detto di andare a Lourdes. Che io ci debba andare è una cosa certa. Prima però mi piacerebbe riuscire a visitare Parigi.
Non sono una a cui piace lamentarsi di ciò che le accade, a dispetto di quello che gridano i miei ultimi post. Ma quando ho sentito la mia sorellona lamentarsi del prurito avvertito momentaneamente al collo, causato da un maglione di lana spiacevolmente pizzicante, non c'ho visto più. Nessuno e dico nessuno, nemmeno un malato terminale o chicchessia, può parlare a me di prurito, oggi. E nemmeno di dolore e nemmeno di sfiga e nemmeno di noia e nemmeno di "brutto periodo". Nessuno. Perchè dal momento in cui mi hanno dimessa da quella specie di ospedale non ho fatto altro che vivere nella sfiga. Prima coi dolori lancinanti ai miei amici 10 punti suturatimi in una delle parti più delicate del corpo umano. In seguito a codesto calvario è arrivata una grandiosa ipertermia a rendere magicamente vana ogni mia speranza di ripresa di vita sociale, lavorativa e, perchè no, anche studentesca (dato che frequento 3 corsi, e tutti e 3 straordinariamente obbligatori). Questa mia adorabilissima influenza è iniziata con uno sfottibile 37,1. E, quasi certamente, è stato proprio a causa della mia derisione verso la suddetta che essa si è vendicata della sua "affittuaria", cioè io, correndo celerissimamente verso il 38, 8 e proprio il giorno prima di venerdì, quel venerdì in cui avrei dovuto mostrare ai miei datori di lavoro tutta la mia abilità, tutto il mio carisma e tutta la mia voglia di lavorare. Ma io dalla febbre non mi sono mai lasciata abbattere. Tra la quarta e la quinta superiore, le volte in cui mi presentavo a scuola con 38 di febbre contro la volontà di mia mamma superano oltremodo quelle in cui mi palesavo fisicamente sana (sì, probabilmente in un mondo al contrario, ma mi andava di scrivere così). Io venerdì mattina mi sono alzata alle 7 e 30 in punto per poter raggiungere il negozio. Ma la mia dolcissima e sgamata mammina ha deciso di accompagnarmici facendo una maledetta puntatina da quello sfegatato tifoso di macchine sportive del nostro medico di famiglia. M'ha visitata. M'ha detto di stare a riposo assoluto (di nuovo, eccheccazzo) almeno fino a domenica. M'ha detto che sono affetta da bronchite asmatica. M'ha prescritto un antibiotico. Un altro: il giorno prima avevo finalmente finito l'altro, ultimazione seguita da un grido di gioia che ha fatto traballare la palazzina in cui vivo, che ha dovuto far mobilitare per forza di cose muratori e operai per restaurare le pareti e i mattoni abbattuti dal mio grido di libertà. Mi sono in seguito presentata sul posto di lavoro, ho salutato il mio collega anche se avrei voluto con tutte le mie forze abbracciarlo e pregarlo di tenermi al suo fianco su quello scomodissimo sgabellino per sfigati apprendisti e sono tornata in macchina da mia mamma che mi aspettava lì fuori con le quattro frecce ed un sorrisino di vittoria sottolineato da un movimento di sopracciglia che mi ha fatto sentire più perdente di quanto già solitamente mi ritrovo a sentirmi. Bene. E via con l'antibiotico. Lo prendo alle undici in punto in modo tale da non dover svegliarmi troppo presto nei vuotissimi giorni seguenti, con la decisa volontà di regalar loro più sonno e meno tedio. Nel pomeriggio una sensazione fisica particolare ha cominciato poi a farsi strada addosso alla mia persona. Ma ho superficialmente maturato la decisione di ignorare il fattaccio reprimendo quello che di strano sentivo, semplicemente con acqua e sapone. Ho riaccolto nel mio tubo digerente l'antibiotico alle ventitrè e la stessa sensazione particolare, quella notte (stanotte), non mi ha più dato tregua. Stamattina ne ho parlato con mia mamma. Il mio medico...irreperibile, come è giusto che sia, ovviamente. Cazzo non è possibile che io sia a tal punto perseguitata dalla sfiga e la cosa, devo ammetterlo, è addirittura in grado di regalarmi qualche sorriso, tra una camuffata bestemmia e l'altra. Perchè tra tutti i punti in cui quell'antibiotico del cazzo (che ho logicamente interrotto dietro al consiglio del farmacista) avrebbe potuto provocarmi un'orticaria, proprio lì doveva farlo. Tanto per girarci intorno, è quel punticino particolare comune a tutte le femminucce di qualsiasi età, accessibile esclusivamente al mio fidanzato e alla mia ginecologa. Dovrei forse provare imbarazzo a spiattellarlo qui ma in realtà, ripeto, mi fa solo ridere. Il prurito stesso mi fa ridere, come quando mi fanno il solletico o, che cazzo ne so, mi fanno l'antiquatissimo scherzo del filetto d'erba sulla gamba mentre prendo il sole. Mi fa terribilmente ridere, a maggior ragione considerando il letto di sfighe su cui quest'ennesima disgrazia si posa. Così, nella snervante attesa, meditando senza sosta sul tragitto dei miei da casa al supermercato, dal supermercato alla farmacia e dalla farmacia a casa, coltivando dentro e fuori di me il desiderio di abbracciare la rinfrescantissima pomatina Beben, ho fatto tutto quello che è stato nelle mie possibilità di fare. Ho cazzeggiato al computer, ho guardato la tele (qualcuno di mia conoscenza e che mi manca da morire, sicuramente a 'sto punto mi direbbe: "studiare no, eh Fede?" ed io risponderei sorridendo "e c'hai ragione"), ho scaricato due canzoni, ho corretto due ricerche di una mia amica e della sua amica di università, ho in quei momenti cambiato quasi totalmente prospettiva per il mio futuro lavorativo non più incentrato sull'insegnamento, ho rivoltato l'armadio spolverando la muffa depositatasi sotto gli ultimi capi d'abbigliamento nell'angolino comprati e mai indossati, ho ultimato il cambio della roba estiva (al tre di novembre) esaudendo il desiderio di mia mamma che aveva cominciato a pregarmi di farlo dal mio ritorno da Roma (l'uno di ottobre), ho riso con mia sorella, ho ricordato con lei quel lontano passato che ci ha viste bambine, ho ricordato le lotte e il sangue da lei più volte provocatomi, ho trattenuto Ale al telefono oltre il limite telefonico consentito alle coppie, ricevendo la sbalorditiva notizia che quella splendida persona del suo cugino di Bologna ha traslocato e messo la sua vecchia casa in affitto, proponendo ad Ale di andarci (ovviamente con la sottoscritta) ogni qualvolta fosse stato possibile ed ho fumato una delle poche sigarette concessemi in questi straordinari giorni. E così la pomatina è arrivata, tra le splendide mani della mia splendida mamma, nonchè splendida luce dei miei occhi. Mi sono sentita una ricercatrice d'oro di fronte alla sua agognata conquista. Per poco non mi sono lasciata accecare dalla bellezza e dalla magnificenza della sua confezione, dall'ammaliante incanto del suo tubetto e dalla sua consistenza deliziosissimamente incolore e inodore. E adesso che è passata qualche ora sto decisamente molto meglio. Meglio del peggio, ovviamente. Tra l'altro, il mio essere così tristemente patetica sta sfiorando livelli insperati persino da chi mi detesta e questo, ancora una volta, mi fa sorridere e anche tanto. Perchè poi ho talmente tante cose da fare che gira e rigira mi ritrovo a scrivere e a lamentarmi qui, nella remotissima speranza di essere compatita da qualcuno.
Rivoglio la mia vita.

giovedì 1 novembre 2007

Sei piccolo. Sei appena nato. Ma ho tantissime aspettative su di te. Sei incompleto ancora e per certi versi anche bruttino. Ma io lo so che un giorno arriverai ad essere di gran lunga migliore del tuo predecessore. Non ti ci vorrà neanche chissà quale sforzo, perchè tu sei il secondo, creato con molta più consapevolezza, maturità e razionalità, il migliore. Quando riuscirò a terminarti tu devi volare via, talmente lontano e in alto a tal punto da dare vita al mio riscatto. Non pretendo chissà che cosa da te, anche perchè ti voglio bene così come sei perchè ogni giorno tu mi ricordi che studiare non basta e che bisogna agire. Che la scuola è importante, ma è per chi si accontenta. Non pretendo che tu acquisisca chissà quale fama, figurati: nemmeno la mia immensa autostima può arrivare a desiderare, anche per la più piccola parte, una roba del genere. Ma devi aiutarmi a fare tacere quella gente che...lasciam perdere. Una parte considerevole di me stessa è nelle tue pagine: fanne ciò che vuoi. Io, ovviamente ogni qualvolta sarò ispirata, mi impegnerò per far sì che tu cresca. Ma già così piccolo e breve mi piaci, perchè sei mio. Sei un mio lavoro. Basterà che tu piaccia anche a una sola persona che non sia di parte, perchè io possa raggiungere la vera realizzazione personale. Anche a 21 anni.


Chiedo scusa, ho 38,1 di febbre.

domenica 28 ottobre 2007

L'intervento è andato alla grande anche se, purtroppo, hanno dovuto per forza di cose amputarmi il braccio.
I medici mi hanno vincolata all'assoluto riposo ma, presumibilmente, hanno la cognizione di queste due parole unicamente per quanto concerne il loro limitato significato teorico, dato che se oggi si trovassero loro nella mia situazione, dopo essersi ilarmente autoraccomandati l'assoluto riposo alla stessa maniera con la quale l'hanno fatto con me, sicuramente ora agirebbero facendo l'accurato gesto di ingoiarsi la lingua e digerirla con un esplosivissimo rutto completamente intatto. Compio una fatica immane a scrivere, ma niente è più faticoso del non far niente. E credo che se un giorno di un tempo non eccessivamente distante da oggi, qualcuno mi avesse rivelato che oggi le mie dita avrebbero scritto una frase del genere l'avrei spedito, oltre che dritto all'ospedale psichiatrico più vicino, a calci in culo a dire a qualcun altro che avrebbe potuto proferire una tale frase, un tale affronto alla da me difesissima parola "riposo". Perchè alla Fede piace il riposo, la Fede detesta uscire di casa nei mesi freddi, perchè alla Fede piace il caldo delle coperte e dei calzettoni favolosamente di lana anche se, paradossalmente, tra le limitate stagioni esistenti predilige l'autunno. E mentre mi scogliono, mi annoio e mi diverto a liofilizzarmi i coglioni che non ho, sogghigno pensando ad alcune persone, sollevando con impegno la mia unica spalla buona rimastomi, in gesto di beffa misto ad un "ma sì, che me ne fotte a me". Oggi mi sono stati regalati dalla mia amica Elmi dei pasticcini. Brava perchè lo sa che divento smisuratamente golosa quando non c'ho un cazzo da fare o, in questo caso, da poter fare. Come se ciò non bastasse, ho trascorso l'intero pomeriggio di oggi, odiosamente più lungo dato l'anticipo dell'ora che ogni orologio in casa mia non si risparmia di mostrarmi, a cercare un hotel/appartamento fiorentino differente da quello che abbiamo prenotato io e Ale, perchè, meditando sulle cordialissime parole di mia mamma, mi è parsa eccessiva la cifra di 80 euro a notte, anche se è di capodanno che si parla. Ma non ho trovato altro che hotel più costosi e appartamenti già prenotati. Senz'altro nessuno ha fiducia nella sottoscritta, dato che con ogni probabilità mi scambiano per una dodicenne per via della mia vocina flebile, per cui fingono di non aver alcuna disponibilità. E ciò mi riporta al pensiero dell'infermiere dell'ospedale, che ha perseverato nel prendermi in giro per via del mio "faccino" e che mi ha ripetutamente dato della quindicenne, o al chirurgo che mi ha operato, che aveva segnato sulla cartella che "ad occhio e croce" avrei potuto avere al massimo 12-13 anni. E poi a quell'infermiera che, alla domanda del precitato infermiere circa "te quanti anni le dai a questa bambina?" ha brillantemente risposto "non più di quattordici". E tra un'analogia e l'altra, seguendo una linea di pensiero piuttosto ben ragionata, arrivo a ricordare le volte in cui non mi è stato inizialmente permesso di entrare in discoteca, o a quella volta al cinema quando mi è stato negato di guardare quel maledetto film vietato ai minori di 14 fino a che Ale è riuscito a fare entrare nella capoccia di quella testa di cazzo della bigliettaia che al mondo ci ero quasi da 21 anni. Fanculo a tutte queste persone e spero che, quantomeno, avranno la cortesia di ricomunicarmi le stesse cose con la stessa odiosità quando avrò da poco compiuto settant'anni e sarò piena di rughe e macchie sulla pelle, se mai avremo la sgradevole occasione di riincontrarci. Intanto è tutto oggi che ascolto a repeat le stesse canzoni, "Bruci la città", che mi piace da impazzire, "I will always love you" (versione di Dolly Parton), "Way beyond empty", "Unfaithful", "Smoke", "Son of a preacher man", "I ran (so far away)", "I hate myself for loving you", "Fire and rain", "Are you beautiful" di Chris Pierce, facilmente confondibile con quella di James Blunt e, infine, la mielosissima (come la maggior parte delle canzoni di Brian) "Wherewer you go". E la cosa peggiore è che non associo nessuna di queste canzoni a un qualcosa di particolare come solitamente e pateticamente sono avvezza a fare, poichè ogni cosa nella mia vita sta procedendo maledettamente alla grande. Ma le ascolto così, consapevole del fatto che ognuna ha in sè la durata di più di 3 minuti e, per tale motivo, riesco a persuadermi del fatto che ascoltarle tutte a repeat mi porterà finalmente alla fine di questo vuotissimo pomeriggio che mi sta depauperando completamente. Ok, adesso butto fuori il fiato e la smetto. Il pomeriggio, per la verità, è terminato da un pezzo. Questo post ha sostato incompleto per un paio d'ore, ridotto nella barra degli strumenti. Domani tornerò in ospedale per il cambio delle bende e per la rimedicazione e, fra una settimana, per togliere i punti. Che figata pazzesca.
Ah, la cosa dell'amputazione del braccio non è altro che una delle mie stronzate colossali, non era vera. Ce l'ho ancora, anche se con ben poche funzionalità al momento. E sono consapevole che non c'è niente da scherzare su queste cose, ma mi piace giocare a fare la cogliona ogni tanto. Dopotutto, è quello che sono.

giovedì 25 ottobre 2007

Non posso bere, non posso mangiare.
Sono quasi convinta che per l'occasione abbiano anticipatamente preparato all'ingresso dell'ospedale una splendida bara pronta ad abbracciarmi, alla quale mi consegneranno prima ancora di riuscire a raggiungerlo l'ospedale; perdipiù strisciando a terra priva di saliva, col braccio (il destro magari) semialzato con l'intenzione di trasmettere, tra l'indifferenza generale, l'estremissimo disagio della mia estremissima sete.
Quasi tutti mi chiedono se sono agitata. Lo sono. Ma non per l'operazione.
In realtà "agitata" non è un termine che definirei esatto: sono depressa perchè con ogni probabilità non potrò guardare la puntata serale del venerdì di Tempesta d'amore. Proprio adesso che Alexander riesce a liberare Laura dalla perfida Helen.
Ma, per mia fortuna, esistono i videoregistratori.

Credo che sarà la prima cosa a cui penserò al mio risveglio.

martedì 23 ottobre 2007

"Dall'uovo gobbo di una gallina zoppa,
nacque un pulcino che zoppicava un po'.
Sembrava triste, perciò la mamma chioccia
per consolarlo, l'hully gully gli insegnò.

TICCHE TOCCHE, TICCHE TOCCHE,
IL PULCINO DOPO UN PO'...
TICCHE TOCCHE, TICCHE TOCCHE,
A BALLARE INCOMINCIO'.
TRE GALLETTI VERDI E GIALLI,
PROFESSORI D'HULLY GULLY,
IL PULCINO BALLERINO SALUTARONO COSI':
CHICCHIRICHI', CHICCHIRICHI'.

Per l'hully gully di quel pulcino zoppo,
grilli e cicale facevano cri cri.
Il babbo, gallo, scoppiava dalla gioia
e nel pollaio una festa organizzò.

TICCHE TOCCHE, TICCHE TOCCHE,
IL PULCINO DOPO UN PO'...
TICCHE TOCCHE, TICCHE TOCCHE,
A BALLARE INCOMINCIO'.
TRE GALLETTI VERDI E GIALLI,
PROFESSORI D'HULLY GULLY,
IL PULCINO BALLERINO SALUTARONO COSI':
CHICCHIRICHI', CHICCHIRICHI'.


TRE GALLETTI VERDI E GIALLI,
PROFESSORI D'HULLY GULLY,
IL PULCINO BALLERINO SALUTARONO COSI':
CHICCHIRICHI', CHICCHIRICHI', CHICCHIRICHIIIII'."

Era metà maggio quando la segretaria della mia ex scuola aveva detto a mia mamma che una sua amica aveva una bambina piccolina e che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gliela tenesse. Quando mia mamma me lo disse, spingendomi ad acchiappare al volo quella sorta di mezzo lavoro, io ero reticente e diffidente come non lo ero mai stata. Mi ero rotta le scatole dei marmocchietti, dopo tutti quegli anni di stage e tirocini, per non parlare del fatto che la babysitter avevo già provato a farla, nel 2004, quando forse di una che mi stesse dietro avevo bisogno io in primis. E quell'esperienza non mi era piaciuta particolarmente, perchè la bambina aveva 4 anni all'epoca, ed era una viziata assurda, in grado di risponderti (e anche bene) e di farti capire senza mezzi termini quanto le stavi sul culo. Quindi lì per lì mi son detta "no, che palle, no". Poi, ovviamente, la mia cara mammina mi ha aperto gli occhietti sul fatto che, con ogni probabilità, mi sarei scordata la tanto desiderata vacanza in Sardegna se non mi fossi data almeno un pit da fare. E quindi...mi ero decisa a far lasciare il mio numero di telefono alla segretaria, da dare alla mamma di quella nuova marmocchietta. Tempo un giorno, forse, e bam, era arrivata quella telefonata. Stavo scendendo dal treno, ero in una situazione un po' scomoda, allora le avevo detto che l'avrei richiamata la sera stessa. E così avevo fatto.

"Pronto, sono la Federica, chiamo per..."
"Ah sì ciao! - ehi, cosa c'è? Amore vai da papà, non vedi che la mamma è al telefono? - scusa Federica, ma qui il tutto è sempre un po' movimentato..."
"Ma certo, si figuri, lo capisco."
"No, ti prego dammi del tu, per favore..."
"Ok, va bene".
"Allora, la bambina si chiama Anna e..."

Intanto mi veniva da ridere perchè non avevo mai sentito chiamare una bambina "Anna", mi sembrava un nome ridicolo e troppo "importante" per una bambina. Solo adesso suona alle mie orecchie come un nome meraviglioso, puro e decisamente adatto.

"Si chiama Anna ed ha compiuto un anno e mezzo a fine aprile - Anna cosa c'è? Il ciuccio dove l'hai messo? - scusa Federica eh - vieni qui, ma perchè piangi, cosa sono questi versi, oh? Basta Anna, vieni qui, tieni, oh, vai dal papà che la mamma sta parlando al telefono".

Intanto in sottofondo si sentiva la vocina di questo esserino che urlava e piangeva come una matta.

"Guarda Federica, di solito non è così, te lo garantisco...non lo dico perchè è mia figlia, ma è davvero molto brava di solito, non so proprio oggi che cosa le abbia preso, non ha mai fatto così..."
"Eh eh...piccola." - questo è tutto quello che ero riuscita a dire.

Così, tra un'interruzione e l'altra, avevamo deciso di incontrarci quel lunedì a casa sua.
Ho riattaccato la cornetta e avrei voluto morire. Pensavo "che palle, Dio santo. Non c'ho voglia".
Ma quel lunedì mi ero presentata. Avevo citofonato, avevo preso l'ascensore e mi ero trovata davanti questa mamma giovanissima (ma neanche poi così tanto, considerando l'età della bimba), con in braccio l'esserino umano più splendido del pianeta, con un visino raggiantissimo e un sorrisino spettacolare, degli occhioni di un grigio tendente all'azzurro e con degli splendidi ricciolini biondi. Mai ero stata folgorata da tale perfezione. Sono entrata, mi ha portato nella sua cameretta, dove era in corso un cambiamento di pannolino, pieno di quella che chiamano "la pipì degli angeli" e, lei, un angelo lo era davvero. Abbiamo cominciato a chiacchierare, mi ha raccontato un po' le ultime performance di quello splendore e il motivo per il quale cercava una babysitter. Poi ci siamo spostate in sala e ci siamo sedute sul divano, mentre la piccola giocava sul tappeto facendo un po' uno dei suoi soliti spettacoli. Non parlava, per via di quel ciuccino che nascondeva la bocca più bella che esista sulla faccia della Terra. Beh, effettivamente anche senza quell'affare non è che avrebbe potuto dire più di tanto, dopotutto aveva un anno e mezzo. Ad un certo punto è sparita e, dopo qualche secondo, me la sono vista arrivare con in braccio un pupazzetto più grande di lei. Allora la mamma mi ha detto:

"Ecco Federica, questo è Neve, il suo migliore amico".

Era un orsotto bianco e la piccola sorrideva dietro al ciuccio. Poi ha iniziato a portarmi ogni genere e tipo di libro per bambini, così, sorridendo e senza parlare. Allora, dopo un po' la mamma mi ha detto:

"Senti, io mi fido del suo istinto e, a quanto pare le piaci."

Allora ci siamo accordate sul fatto che mi sarei sentita con la nonna, perchè principalmente era a lei e al nonno che servivo.
E dal giorno in cui ho cominciato a portarla a giocare, siamo diventate grandi amiche. Sì, suona strano di brutto e a tratti anche patetico, lo so. Ma è quello che siamo state. Lei, per tutto il tempo in cui siamo state insieme, mi ha fatto ridere, mi ha distratto per ore dai problemi che mi portavo da casa, mi ha fatto affezionare talmente tanto che adesso ho un assoluto bisogno di vederla, stringerla, coccolarla, chiacchierare. Chiacchierare perchè: perchè è un dato di fatto che da quando giochiamo insieme, ha assunto una parlantina allucinante, tanto che ogni volta che gridava il mio nome, o pronunciava con la più assoluta disinvoltura una o più frasi di senso compiuto, le altre mamme ai giardinetti mi chiedevano continuamente:"ma, scusa...quanti anni ha?" ed io, fierissima del mio angioletto speciale "due a ottobre...sì lo so, è precocissima". E' un genio. Mia mamma mi ha detto che anch'io quando avevo la sua età ero anomala in questo senso, e sono fiera di avere questo "genio" in comune, tanto che mi facevano ridere tutte quelle bambine "normali" anche di diversi mesi più grandi di lei, che sapevano pronunciare due parole messe in croce. "Fediica aoplano, dov'èdov'è?": ed io lo sapevo che voleva che le cantassi la canzone dell'aereoplano, che le ho insegnato quei tre giorni pazzeschi non-stop che ho passato con lei e i nonni nella loro casa al lago a Pianello. Poi lei stravedeva per me. Quando le vacanze al mare di entrambe si sono messe in mezzo, ai nostri rispettivi ritorni ho saputo che aveva fatto una testa tanta a nonni, zii e genitori, nominandomi spessissimo. E questo accadeva anche semplicemente dal mecoledì quando ci salutavamo, al lunedì successivo quando ci rivedevamo.

E mi manca.

Mi manca farla addormentare, lasciarla al nonno e tornare a riprendermela di pomeriggio, dopo la nanna. Mi manca farle fare i giretti per il parco con il passeggino, cantandole a repeat "e ticchettocche ticchettocche il pulcino dopo un po'...ticchettocche ticchettocche a ballare cominciò..."e lei crollava nel sonno più profondo in cui ci si possa trovare: gliel'ho insegnata io quella canzone. E mi ricordo che avevo cominciato a cantargliela i primi tempi in cui avevo cominciato a tenerla e sbagliavo, perchè al posto di "professori d'hully gully" dicevo "a ballare l'hully gully"...ma quando mi sono accorta dell'errore era troppo tardi, l'aveva già imparata. La cantava insieme a me. Un giorno ho provato con tutte le mie forze ad usare le parole giuste, ovvero "professori d'hully gully" e lei si è girata verso di me, si è messa a ridere e mi ha detto "ma cosa dice la Fediica?", in tono da presa per il culo. Cioè, cazzo, è la bambina più intelligente del mondo. Un'altra non se ne sarebbe nemmeno accorta, porca puttana. Ogni bambina al parco è terribile al suo confronto. Ogni bambina è stupida rispetto a lei. Questo è quello che ho sempre provato quando ero con lei. Per non parlare dell'emozione dei vestitini: i nonni (a cui voglio un bene dell'anima), fino a settembre si erano ostinati a farle indossare una giacchettina che indossava a maggio, agli inizi della nostra conoscenza. Ma il problema fondamentale è che ora le è piccolissima, cioè, è cresciuta tantissimo. I bimbi a quell'età crescono in una maniera smodata, ed io ho assistito al suo cambiamento. Quando andavamo al Sant'Andrea, la casa di riposo, nello spazio giochi dei bambini, per un gran bel periodo avevo cercato di insegnarle ad andare sul triciclo. Ma aveva le gambette troppo corte. E adesso, da fine agosto più o meno, ci riesce e alla grande anche. E l'emozione di vederla pedalare da sola, o almeno provarci, è stata indescrivibile. Per non parlare del seggiolino in macchina. Sono stata sempre e solo io a prenderla in braccio, farla sedere e allacciarle la cinturina (urlando, sempre ed assolutamente "click", altrimenti dovevo tutte le volte slacciarla, riallacciarla, non dimenticando di gridarlo)...mentre un mesetto fa, da un giorno all'altro, il nonno mi ha detto:"no, lascia pure, ha imparato a farlo da sola". Stavo male in quel momento. E se dovessi vederla adesso, avrei paura, perchè di sicuro avrà imparato, anche in mia assenza, ad andare sull'altalena "dei grandi" e sarebbe un colpo troppo forte, che non so se riuscirei ad incassare.

Mi manca.

E poi, lei non è altro che la bimba più buona, solare, intelligente, altruista e divertente ed educata del mondo. Non la dimenticherò mai questa cosa: c'era il sole, ergo, eravamo ai giardinetti. Quelli vicino al Sant'Andrea. Lì ci sono due di quei giochini elettrici che funzionano con una monetina che, una volta inserita, fa partire una musichetta e fa muovere il gioco avanti e indietro. I classici giochi sui quali siamo stati tutti almeno una volta nella vita. Ecco. Eravamo da sole, il nonno non era nei paraggi, era andato a fare le sue classiche diciottomila commissioni. Io non avevo monetine, del tutto al verde come al solito. Ma avrei dato la vita per averne almeno una. Lei si è messa ad indicare e a dire "paprella, paprella gialla". E allora l'ho presa e l'ho piazzata su 'sta benedetta paperella. Rideva, era contenta. Poi ha cominciato ad indicare l'asinello (che poi era un cavallino) che stava di fianco, sempre funzionante a monetine. E allora l'ho presa e l'ho messa sull'asinello. Contenta uguale. Poi è successo ciò che mi ha spezzato il cuore: è arrivata una mamma con la sua bambina, l'ha piazzata sulla paperella lasciata libera dalla mia Anna, ed ha inserito una monetina. La paperella ha cominciato a cullare quella cazzona di una bambina ed è partita una musichetta. Quell'orribile essere se ne stava lì a farsi cullare il culo con di fianco quel tappetino di sua madre che l'aveva accontentata, probabilmente, unicamente per farla stare un attimo zitta. E non sorrideva neanche. Avevo previsto una tempesta: adesso anche la mia piccolina avrebbe desiderato con tutte le sue forze che io inserissi una monetina nell'asinello e il fatto di non poterla accontentare mi ha fatto sentire una merda, una stronza sadica e senza cuore. Ma lei, come sempre del resto, mi ha spiazzato: guardava la brutta bambina, rideva (e non sorrideva, RIDEVA), guardava me, poi di nuovo lei, indicando la paperella che si muoveva. Quando la musichetta era finita, la paperella si era fermata e la bambinaccia era sul punto di frignare, la mia bimba sapete che cosa le ha detto? Le ha detto: "bimba ancora, bimba ancora balla colla paprella, ancora bimba dai, ancora" con l'entusiasmo che solo lei riesce a tirar fuori e con quegli occhi...Dio quegli occhi. Il problema a quel punto è stato che la viziatona era stanca dell'asino e desiderava, anche se con poco entusiasmo, farsi un bel giretto sulla paperella. Avevo preso in braccio il mio cuoricino e me lo tenevo ben stretto, mentre quella mamma testa di cazzo inseriva un'altra monetina, nella paperella 'stavolta. L'Anna rideva come una matta, batteva le manine e stringeva i pugnetti, girandosi di tanto in tanto verso di me come chi è in cerca di un sorriso di approvazione. Ma in realtà avrei solamente voluto stringerla più di quanto non stessi facendo già e portarla via, lontano da quei maledetti giochini tecnologici, facendole il giochino di nostra invenzione che abbiamo chiamato "vadovado" sull'altalena dei piccoli.

Mi manca.

Perchè poi lei è così...fa un qualcosa, le dici "NO." e semplicemente cambia obiettivo. Non l'ho mai sentita fare un capriccio o scassare i coglioni per qualcosa, mai. Piange, sì...ho perso il conto delle volte in cui è caduta o ha battuto la testa.

E il gioco delle macchine. Cazzo se si divertiva con poco. "Feiica facciamo il gioco delle macchine" (non era un gioco per geni, consisteva semplicemente nell'indicare le macchine che passavano e pronunciare il colore di ognuna). E tutti quegli altri mille giochi che abbiamo inventato insieme per passare il tempo...Dio mio.

Mi manca.

E quando ha iniziato a piovigginare e i giochi si sono completamente svuotati e siamo rimaste io e lei sotto il tettuccio dello scivolo. Ha continuato per dieci minuti a chiedermi dove fossero andate tutte le mamme con i loro bimbi ed io le rispondevo che avevano avuto paura della pioggia, ma che noi eravamo più forti e aspettavamo perchè prestissimo sarebbe finita e, quando effettivamente aveva smesso, mi guardava come fossi la dea della pioggia.
Ammore.
Mi manca quel suo vizietto in grado si spezzarmi il cuore ogni volta, ovvero il continuo stringermi le mani e graffiettarmele con quelle unghiettine quando era stravolta. Mi manca il suo profumo, quello dei bambini, l'odore degli angioletti biondi. Mi manca sentire il piccolo peso della sua testolina sulla mia spalla e in seguito il suo respiretto pesante che mi faceva render conto che mi si era appena addormentata addosso.

E poi...mio Dio sto male, quando ogni benedettissima volta che vedeva un nuovo bimbo, cominciava a tempestarlo di "come ti chiami bimbo? Bimbo come ti chiami, bimbo bimbo, come ti chiami?" e continuava finchè non le rispondeva. E se non lo faceva mi guardava con il visino un po' triste, e allora io sempre a cercare di farle capire che non tutti i bimbi sono avanti come lei, o semplicemente socievoli ai suoi livelli. Che ridere, cazzo. E poi la sua paura...aveva il terrore degli uomini adulti che non conosceva. Mi prendeva sempre la mano e si nascondeva dietro di me, con quella faccina corrucciata ma, sa il cazzo, sempre stupenda.

A scuola, alle superiori, ho studiato psicologia per 4 anni, in particolar modo quella dei bambini e, ora può darsi che mi sbagli, non ricordo che i giochi di ruolo imparassero a farli prima dei due anni. Ma lei sì. Un pomeriggio abbiamo giocato alla gelataia (lei, che però vendeva inspiegabilmente anche pizze e risottini) e alla cliente (io) e quello che ricordo di più sono le facce spiazzate delle mamme degli altri bimbi nel vedere una bambina così piccola fare cose che i loro figli della sua stessa età dovranno aspettare ancora qualche lunghissimo mese prima di riuscire a fare. Mi manca perchè io e lei eravamo forti. Io non ero la sua babysitter, ero la sua migliore amica. Ok, a chi legge, specialmente se detesta il mio sentimentalismo o perchè non ha mai provato quello che provo io, o semplicemente perchè è stronzo, di sicuro appaio patetica. Ma infatti è quello che sono, perchè lo so che ha quasi 2 anni e non ne ha 12 e che quindi come sono entrata facilmente nella sua vita, altrettanto facilmente ne esco...però per me non è così facile. E un giorno, magari, questa cosa gliela farò leggere perchè io voglio fare parte della sua vita. Io voglio vederla crescere. Io vorrei passare, un giorno, da babysitter ad insegnante di ripetizioni ma questo non accadrà mai perchè lei a scuola andrà alla stragrande perchè se ha un cervello così pazzesco alla soglia dei suoi 2 anni, figuriamoci fra qualche anno che cazzo c'avrà.

E quei tre giorni in cui, tornata dalla Sardegna, l'avevo tenuta a casa dell'altra nonna, quella paterna, che non vede mai? Bella la scena della pesca. La nonna che mi ha detto:"non lo so se la mangia la pesca...io gliela metto qui, ma non penso proprio che le piaccia". Ora, se c'è una cosa che la mia bimba ama pazzamente, oltre al risottino bianco senza soffritto, è proprio la pesca. Io ho guardato la piccola, le ho sorriso e, lo so che non è realmente così ma, è come se ci fossimo intese alla grande. Se l'è divorata quella pesca.

Mi manca da matti.

Mi manca giocare con quei capellini fini fini e profumati. Mi manca prenderla per il culo sistemandole la frangettina a punta, in modo tale da farla andare in giro conciata così e far pisciar sotto dalle risate gli altri bimbi. Oppure farle il riportino...quello mi manca più di tutto.

Giovedì 25 ottobre è il 27° anniversario di matrimonio dei miei genitori. Ed è anche il giorno in cui compie finalmente 2 anni. Due anni. La mia cucciola compie due anni. Ed è un mese che non la vedo. Maledetto asilo nido e maledetta università. Ma giovedì la chiamo per forza e glielo dico che non finisce qui, cercherò di mascherare il bisogno che ho di lei (altrimenti chissà che cazzo pensano...mi denunciano) offrendomi, almeno al martedì pomeriggio, di stare un po' con lei.

Mi manca da impazzire. Il mio esserino specialissimo.

lunedì 22 ottobre 2007

Mi manchi.

E' così, non c'è un cazzo da fare.

mercoledì 17 ottobre 2007

Ieri ho passato mezza giornata al Policlinico di Monza. Ormai lo conosco come le mie tasche...che poi questo luogo comune è strano perchè, per la verità, io le mie tasche non le conosco proprio. Ad ogni modo, ne ho piene le tasche (ci risiamo) di andarci. Basta, che mi facciano 'sta minchia di operazione e chiudiamo il capitolo, perchè è snervante. Senza contare il fatto che non è del tutto meraviglioso stare ad ascoltare la mamma che si incazza coi medici, che si agita per un cazzo, dal momento che io sono la persona più tranquilla del mondo, anche perchè finchè operano me va benissimo, così non devo preoccuparmi per nessuno. Ad ogni modo, è stato quasi singolare partecipare a quella sottospecie di raduno di malati. Una quindicina di persone, età media 85 anni, pronte a sottoporsi ad ogni tipo di esame clinico. Gli unici a non portare la dentiera in quella sala d'attesa eravamo unicamente io, mia mamma, un tizio ultrasfigato ma carino e suo papà. Quindi, per forza di cose, il papà dello sfigato andava in fissa su mia mamma che, non perchè è mia mamma, è quella che si direbbe una figa di donna. Perchè è come al Grande Fratello, ti ritrovi in queste situazioni estreme di convivenza forzata e si instaurano legami, giochi di sguardi, situazioni mentali pornografiche. Allora io andavo in fissa sullo sciagurato, ma lui niente. Ovviamente sarà stato gay. Così, ad interrompere l'idillio e i miei sogni erotici su che cosa, non io ma un'altra ragazza libera, avrebbe potuto fare per svegliare quel tipo estremamente ed offensivamente schivo, è arrivata una dottoressa che assomigliava a Maria Amelia Monti, con un bel paio (e rassicurante) di occhiali da sole, che ci spiegò che saremmo rimasti tutti insieme in questa sala, più o meno fino alle 3 di pomeriggio. Fantastico, perchè erano solo le 8 di mattina. Mi sono quasi commossa al pensiero di dover passare così tanto tempo coi miei nuovi, anche se vecchi, compagni. Ho cominciato ad asciugare mia mamma con battute di gran lunga irritanti del tipo "oh, hai studiato? Sei soddisfatta della classe di quest'anno? La prof sembra simpatica. Ma interroga o no?", quando una tizia ha chiamato il mio numerino. E ci sono rimasta male, perchè la condizione di riduzione delle persone a numeri, prerogativa quasi esclusiva dell'università, mi aveva seguito fin lì. Sono entrata e ho notato con piacere che colei che mi avrebbe dovuto prelevare il sangue non era altro che Maria Amelia Monti, con i suoi immancabili occhiali scuri. E lì si che ho cominciato ad agitarmi. Come cazzo pretendi di sfiorare le soglie visive più alte possibili con quei cazzo di affari scuri sugli occhi? Ma dalle mie esperienze dal dentista o dal parrucchiere, c'è una frase che ho imparato a ripetermi a macchinetta: "se è qui, vuol dire che il suo lavoro lo sa fare". Così mi sono fidata. Non era un prelievo normale, perchè in realtà col mio sangue ha riempito ben 3 provette. Poi mi ha detto di andare a fare colazione e di tornare. Così, bianca, tremolante, reduce da un prelievo di 18 litri di sangue, sono uscita dallo studio 1 facendo un cenno a mia mamma indicando la strada per il bar. Megacolazione, siz, e abbiamo ripreso i nostri posti, pronte per ricominciare il gioco. Tra risate non poco velate e chiacchieratine varie tra me e la persona più importante della mia vita, un po' il tempo era passato dai...erano "già" le 10. In fondo, eravamo sedute a fare niente. Del resto, eravamo in compagnia. Poi, come in ogni sala d'attesa che si rispetti, c'erano dei meravigliosi e rilassanti quadri di fiori appesi alle pareti, coi petali a nostra disposizione per essere contati e ricontati. Per farla breve, non passava più. Credo verso le 10 e 45 hanno di nuovo chiamato il mio numero e quello di una delle mie anzianissime amicone. Evvai, pronta all'elettrocardiogramma. Una volta entrata nello studio 1, la dottoressa mi ha detto che non era necessario che mi spogliassi, sarebbe bastato sollevare la maglietta. Grande. Era forte se riusciva a fare il suo lavoro nonostante gli impedimenti dei miei abiti. Mi ha applicato delle ventosine gelate un po' dappertutto, caviglie comprese, dopodichè è arrivata la mia domanda: "fa male?". Questa s'è messa a ridere per mezz'ora e mi ha risposto retoricamente:"l'elettrocardiogramma? Ma no! Non l'hai mai fatto?". Io le ho risposto:"oh cogliona, non è che perchè in quel metro cubo di sala d'aspetto è raccolto il meglio degli anziani della brianza che saranno al loro diciottesimo elettrocardiogramma, io debba per forza essere un'esperta come chi ti capita solitamente sottomano.". Lei mi ha risposto che il dolore più grande di quella giornata era stato il prelievo, e l'avevo già superato con successo. Bene. Fatto anche quello. Io e la mami siamo andate dalla segretaria a consegnarle i fogli dell'esame appena fatto, ed erano le 11. La tizia ci ha detto che avremmo potuto, da quel momento, andare ovunque ne avessimo voglia, alla condizione di farci trovare alle 12 e 30 in sala d'aspetto, la nostra ormai seconda casa, in attesa dell'anestesista, che ci avrebbe illustrato in che cosa consiste la radice della parola che dà il nome al suo mestiere. Dopo aver vagliato circa 17,5 alternative, abbiamo deciso di tornare a casa a farci uno dei nostri amatissimi caffè dalla nostra altrettanto amatissima macchinetta.


La faccio breve, il colloquio con l'anestesista l'abbiamo fatto, sì. Ma eravamo molto più consapevoli di che cosa fosse l'anestesia totale prima del suddetto colloquio. Questo perchè colui che mi opererà è un idiota e questa frase, oltre a non essere per nulla rassicurante, sarebbe da appoggiare ad un discorso troppo lungo e troppo complicato che andrebbe oltre lo spazio consentitomi e oltre le mie capacità esplicative.


Poi l'intervento...madò: era stato fissato per venerdì 19 ma, siccome quando alla mattina chiamavano a casa non rispondeva nessuno, ce l'hanno spostato in data da definire. E sì che i nostri numeri di cellulari ce li hanno. Ad ogni modo, giusto 2 minuti fa è arrivata la notizia...intervento fissato non per venerdì 19, ma l'altro. Grande.

venerdì 5 ottobre 2007

E' sottile questo stato ma c'è. Io e la Marta ci siamo viste ieri sera con le altre e, bisogna ammetterlo, ormai questa cosa accade molto più raramente di qualche tempo fa. Sì perchè le vite di ognuna si sono drasticamente messe in mezzo, perciò l'unica cosa che ci resta da fare è prendere il tutto con filosofia e rassegnarci ai nostri destini di quasi patetici incontri occasionali. Ci sentiamo tutti i giorni, ma non ci vediamo tutti i giorni. Quando ci va di culo riusciamo addirittura ad arrivare a due volte la settimana, ma poi siamo capaci di continuare a sentirci senza vederci anche per due settimane intere. Però c'è una cosa, una cosa molto particolare, che è successa ieri al telefono con lei, prima che ci incontrassimo. Lei l'ha sentito. L'ha capito. L'ha capito più in fretta e più profondamente lei, delle persone o degli altri amici che vedo tutti i giorni. Ho risposto al telefono e ho detto "pronto". Poi devo aver pronunciato una frase qualsiasi, di quelle che si dicono al telefono; lei mi ha fermato e mi ha chiesto che cos'avessi. Io mi sono messa a ridere e le ho dato dell'idiota, sostenendo ad occhi chiusi la versione secondo la quale stessi del tutto bene, che si stava sbagliando a dire che c'era qualcosa che non andava, anche perchè la mia voce non era di certo diversa dall'ultima volta che ci eravamo sentite. Eppure lei ha continuato ad insistere. Sì, ne era convinta: avevo qualcosa che non andava. Mi ha detto che era vero che la mia voce non era differente e che appariva allegra e serena quanto bastava, come al solito. Ma mi ha detto che c'era qualcosa nella tonalità o in qualche parte di sfumatura tonale che le sembrava diversa. Non brutta o bella, solo diversa. Ha usato le parole "percezione particolare" e abbiamo riso per mezz'ora per questo perchè l'avrà ripetuto almeno 16 volte nell'arco della telefonata. E' incredibile quanto troppo mi conosca ed è sconvolgente il fatto di rendermene conto ogni giorno di più. Abbiamo ragionato, raggiungendo solo una piccola semiconclusione, ma è già un passo avanti. Non posso dire di sentirmi decisamente meglio, ma almeno mi sento quasi capita.
Avevo scritto una cosa, appena tornata da Roma. L'ho riletta pochi minuti fa e mi sembra di aver scritto tutto il contrario di quello che sento in questo momento. Ero tornata che mi sentivo piena di buoni propositi, piena di aspettative. Avevo scritto di voler iniziare il nuovo anno accademico così, colmissima di deliziosissime speranze. Era questo che mi aveva dato il viaggio a Roma. Al di là di tutte le cose che avevo visto, tutto ciò che di magnifico mi aveva offerto la nostra splendida capitale, tutto quello che di nuovo avevo imparato e che di vecchio avevo rispolverato, avevo creduto che, più che altro, quello fosse stato un viaggio interiore. Perciò riconducevo a quel motivo il fatto della mia estrema e a tratti irritante laconicità nella risposta alla domanda collettiva postami al mio ritorno, circa "com'è andata e cosa ti ha colpito particolarmente?". E sì, io ero e sono solita rispondere le prime due cose che mi venivano in mente, come la fontana di Trevi o, che cazzo ne so, Piazza San Pietro. La realtà è che niente mi ha colpito in modo particolare, così come tutto mi ha colpito in una dimensione di certo molto generale. Roma è perfetta. E, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovare un qualcosa, un quid emozionante a tal punto da meritare il titolo dell'esclusività sul resto. Sono perfettamente consapevole del fatto che è fin troppo una stronzata e che è la via più facile e rapida quella di affermare di esser stata folgorata da ogni cosa, ma è molto più di questo. Perchè quello che di Roma sono riuscita a cogliere è in realtà un niente che tuttavia mi ha lasciato dentro un qualcosa di magnifico, come uno stato d'animo che è difficile trasformare in parole, che è complicato far diventare qualcosa di oralmente consistente e memorabile. Perchè quello che in futuro ricorderò di questo viaggio non saranno le risate con la Michi e l'Elmi, il lacerante dolore ai piedi provocato da tutto quel camminare, non sarà la nostra stranissima e inquietante vicina di appartamento e nemmeno il nome di ogni singola statua, quadro, chiesa, piazza o struttura architettonica. Mi ricorderò probabilmente solo di questa sensazione e del fatto di essere cresciuta, perchè ho finalmente fatto bene qualcosa che desideravo realizzare da tempo. Almeno, lo spero. Ed è stato bello. Perchè Roma è come un organismo vivente: è in continuo ed incessante movimento, respira, parla, ha in sè tutta l'essenza propriamente detta, custodisce gelosissimamente il suo millenario passato e vive nel presente accogliendo ogni genere e tipo di persona che le si presenti davanti. Ed io ho imparato, seppur per un tempo iperlimitato, a vivere con lei, ad adattarmi ai suoi ritmi, ad apprezzarne la sua insperata disponibilità, a sorridere dei suoi abitanti, a disprezzare chi ci cammina "contaminandola" con la propria presenza; me ne sono innamorata ed immediatamente dopo l'ho detestata e poi l'ho di nuovo amata. Con lei ci vivi, ci dormi, ridi, ti ubriachi e piangi e il tutto lo fai in un modo diverso da come lo fai altrove. E' tutto più speciale. La verità non poco problematica in certe occasioni è che quello che mi ha lasciato ce l'ho tutto dentro ed è come se faticasse a uscire. E' come se volessi tenermi per me ciò che ho provato e senza alcun motivo. Riesco solo a pensare di voler assolutamente tornarci perchè sento, ed è anche una mera certezza, di non aver finito.
Il prossimo viaggio sarà Firenze, con Ale. Luca ieri sera mi ha raccomandato di non andarci, perchè potrei innamorarmene e non tornare più indietro.
Buon per me, direi.
Avrei voluto parlare un po' egocentricamente di me, di come mi sento in questo momento cazzone della mia vita in questo post. Ma come al solito sono finita per parlare di tutt'altro e adesso non ho più voglia. Perchè, al di là del fatto che mi aspetta una spero splendida serata col mio cucciolino, sento che sto per riuscire a vedere un piccolo barlume di un qualcosa che assomiglia alla speranza in questo momento, quindi lo prendo, lascio che mi accechi anche solo per qualche secondo e vediamo come va.
Di nuovo, buon per me.

domenica 23 settembre 2007

Si accendono le luci dei lampioni, tutta la gente corre davanti alle televisioni. Ed un pensiero le passa per la testa: forse la vita non è stata tutta persa, forse qualcosa s'è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato. Forse era giusto così, forse ma forse ma sì. Cosa vuoi che ti dica io? Senti che bel rumore.



Another turning point, a fork stuck in the road. Time grabs you by the wrist, directs you where to go, so make the best of this test, and don't ask why. It's not a question, but a lesson learned in time, it's something unpredictable, but in the end is right. I hope you had the time of your life.
So take the photographs, and still frames in your mind, hang it on a shelf in good health and good time. Tattoos of memories and dead skin on trial for what it's worth it was worth all the while it's something unpredictable, but in the end is right. I hope you had the time of your life. It's something unpredictable, but in the end is right. I hope you had the time of your life.
It's something unpredictable, but in the end is right. I hope you had the time of your life.




Per un attimo di vento perdo tutto in un momento. E proprio questo, sono stanco di donare confidenza a chi invece non ti pensa e ti abbandona come merda tanto Luca è forte e regge. E non sa cos'è il rancore, se ti va dagli un ceffone...comunque meglio non chiamare anche se soffre come un cane. E' un amico che non vale.

Son disposto a dimostrare cosa ho dentro e fino in fondo. Non mi abbasso a certi schemi per denaro o altri valori, l'importante è che io riesca a stare in piedi anche domani. E non servirà un abbraccio, basta e avanza il mio coraggio.

E come dirlo allora che non serve darsi addosso e farsi male, male veramente. Quello che ti insegna e non ti farà capire niente rende inutili.



The miles just keep rollin' as the people leave their way to say hello. I've heard this life is overrated, but I hope that it gets better as we go.



And I wanna believe you, when you tell me that it'll be ok, ya I try to believe you, but I don't.
When you say that it's gonna be, it always turns out to be a different way, I try to believe you,
Not today, today, today, today, today...
I don't know how to feel, tomorrow, tomorrow, I don't know what to say, tomorrow, tomorrow
is a different day, it's always been up to you, it's turning around, it's up to me, I'm gonna do what I have to do, just do.
I don't know how to feel, tomorrow, tomorrow, I don't know what to say, tomorrow, tomorrow is a different day. And I know I'm not ready, maybe tomorrow.


Ebbene, non sono un robot e a volte, lo devo ammettere, mi capita di sentirmi triste. Triste e congelata in un luogo insopportabile, a metà tra passato e futuro. Io vivevo in un mondo diverso, in un luogo fatto di sogni e irrealtà e adesso che sono giunta a questo punto, in cui tutto è stato messo in discussione, ne sono stata scaraventata fuori e non ho idea di come fare a tornarci. Vorrei poterlo fare, ma non riesco a trovare la strada e non riesco a trovare un motivo reale. Ho paura. Paura di ammettere di aver fallito in qualcosa, paura di dover ripetere a me stessa le identiche cose ogni giorno, paura di non farcela e paura di rendermi conto che non ci sono amici o genitori che tengano, perchè questa è la mia vita. Ed è mia, non di qualsiasi altra persona, è la mia e me la devo pur cavare in qualche modo. (Scusa di chi hai detto che è? Ah, mia.)
Vorrei tornare alla mia prima lezione di linguistica italiana e cancellare tutto quello che da lì è venuto dopo. Non parlo della mia vita, parlo di quello che mi ha portato ad essere così triste oggi. Ma non si torna indietro, purtroppo no. Forse ora non mi troverei qui a scrivere queste cose e non mi sentirei come mi sento adesso, circa del tutto incapace di prendere in mano la mia vita e dar vita alla svolta. Forse vivrei ancora nell'entusiasmo che mi caratterizzava, che mi rendeva grande agli occhi di certe persone e, cosa più importante, che mi rendeva unica agli occhi di me stessa. Credo di aver perso ogni interesse, credo di essermi lasciata alle spalle ogni tipo di sogno. Com'è che sono arrivata a non desiderare più ardentemente di insegnare? Com'è che mi è venuta in mente l'idea di poter diventare seriamente una scrittrice di testi di soap opera? Quand'è che questa folle idea non è più parsa strana e stupida ai miei occhi e alle mie orecchie ogni qualvolta la comunicassi a qualcuno? Quand'è che ho smesso di credere in me stessa io, la ragazzina che quando ha fatto il test attitudinale in quarta superiore aveva fatto risultare il livello della linea dell'autostima talmente elevato che se si fosse potuto infrangere lo schermo del computer, quella linea sarebbe arrivata a spaccare anche il soffitto della stanza? Quand'è che ho smesso di vedere il lato fantastico che stava dietro a qualsiasi cosa, anche all'oggetto più inutile? Mi sono persa svariate volte nella mia breve e insulsa vita, ma credo mai così tanto. Ho perso il mio nord geografico, quel punto che illumina il tuo cammino e che ti indica la strada che non importa dove ti porterà, perchè sai che è giusto ciò che ti indica. Non c'è più. E non posso chiedere un appoggio a chi vorrei, perchè sono stata troppo sfortunata, troppo. Mi guardo intorno e quello che vedo sono accademici alquanto felici di chi gli sta intorno, che non hanno bisogno di porsi certe domande perchè sono stati fortunati. Io forse lo sono stata troppo in passato ed oggi ecco il ridimensionamento, ecco ciò che mi merito. La Fede di un tempo non si sarebbe certo lasciata scoraggiare, avrebbe continuato per la sua strada senza voltarsi indietro, ma la Fede di oggi ha paura. Ho paura di non farcela e di aver troppo bisogno di chi mi circonda per poter camminare decentemente, per poter almeno stare in piedi. Non me la sento di chiedere aiuto a chi competenza ne avrebbe, perchè conosco la risposta. Ma credo che non sia più nemmeno questo il problema: il problema sono io e quello che voglio realmente fare della mia vita. Non faccio altro che pensare a quel mondo del quale desideravo fare parte più di ogni altra cosa sulla Terra e che adesso non mi dà più alcuno stimolo. Come ci sono arrivata fino a qui? Come sono arrivata a disprezzare qualcuno per anche una piccola cosa che ha fatto, chi sono io per giudicare? Chi sono? Sono solamente un essere piccolo che crede di sapere tutto e certamente come funzionano certe cose e cosa si prova in certe occasioni. Sento di non avere imparato niente. Mi sento svuotata del mio stesso significato di persona reale, che cammina e considera tutto in autonomia. E vorrei fare di tutto questo il mio punto di forza, vorrei fare come facevo prima, vorrei trasformare questo disagio dell'incertezza in una cosa positiva. Mi piacerebbe poter dire a me stessa che esso è la parte più preziosa dell'esperienza. Perchè, come ho sentito dire un paio di miliardi di volte nella mia vita, se ti senti a disagio non sapendo, puoi imparare qualunque cosa perchè altrimenti ti sei fermato ancora prima di cominciare. Come ci sono arrivata a non riuscire a dire:"vuoi fare così? Beh, cazzi tuoi."? Cosa porcaputtanatroia mi ha resa così schifosamente triste e morbosa? Che cos'è che mi porta costantemente a promettere a me stessa di tornare quella che ero e a non farlo realmente? Come posso ovviare a tutto questo? Forse dovrei cambiare vita, cambiare aria. Ci ho pensato. Ma è troppo difficile ed io sono troppo vigliacca per poterlo fare davvero. Sono talmente priva di personalità ormai, che mi sono messa ad imitare gli altri, a fare (o meglio, non fare) quello che fanno loro (o meglio ancora, che non fanno loro) ed io odio chi è così ed odio sentirmi in questo modo. Sono addirittura arrivata al punto di convincermi che sarebbe una buona idea applicare a me stessa cose che ho sentito o letto
, che sono così indietro con gli esami, che sono così lontana dalla laurea, che non ho neanche idea di cosa sia la laurea che, come tutte le cose che non si conoscono, mi spaventa a morte. Mi mancano all'inverosimile persone a cui non manco e a cui ho paura a dire che mi mancano per paura della non risposta, penso a fatti e avvenimenti e piccoli sprazzi di vita quotidiana a cui nessun altro pensa e questo è stramaledettamente snervante perchè io non sono mai stata dalla parte della vittima inconsiderata, mai. Probabilmente è questa la svolta, è questa la risposta. Forse dovevo solo entrare nel mondo reale e rendermi conto che non tutto è colorato di rosa e che non tutti i sogni spiccano il volo.
E mi ritengo largamente noiosa a scrivere tutto questo, un tempo invece mi piaceva.
Ed ora non ho neanche intenzione di fare qualcosa di, come si dice, tirare fuori i coglioni, perchè credo davvero di averli persi, come diverse persone mi fanno notare. Perciò, mi limito a dare ragione a chi lo dice e a continuare così. Tanta gente lo fa, vive nell'anonimato, fa parte di un gruppo senza sentirsene realmente parte, guardano, osservano in disparte e giudicano se viene chiesto loro e a quanto pare si sentono bene e quindi provo a farlo anche io. Porto a termine quello che sto facendo anche se lo sto facendo male così almeno, magari, potrò finalmente risultare coerente a me stessa, anche se pallosa.
Io e Ale abbiamo parlato tanto, fino a pochi minuti fa. Era tanto tempo che non mi capitava di mandare giù migliaia di cose per poi farle esplodere e farle venire fuori diluite da altrettante lacrime. E sapere che lui mi vuole così bene mi ha portato a stare più male ancora, a voler respingerlo a tutti i costi, a desiderare di chiudere proprio con lui, che è così strettamente una parte considerevole di me stessa. Perchè lui ha conosciuto la vera Fede, quella con le ginocchia sbucciate, quella che scriveva sui muri insulti ai professori, quella che ha toccato il fondo migliaia di volte, quella che si è risollevata, che si è diplomata e che poi è andata all'università e ha perso tutto, che ha buttato nel cesso quello per cui per tanto tempo aveva lavorato. Ringrazio Dio del nostro legame perchè a questo punto, a costo di esagerare come al solito, credo che sia una delle poche cose certe che possiedo nella mia vita. L'unico punto fermo, colui che c'è sempre stato quando doveva e non doveva e quello che continua a tornare nonostante i miei cambi d'umore e pensiero, le mie incoerenze e che continua a credere che io sia una delle persone più intelligenti e capaci che camminino sulla faccia del pianeta.
Devo pensare, vorrei solo chiudermi in me stessa e pensare, perchè così non si può davvero andare avanti. Non sto bene.