mercoledì 17 ottobre 2007

Ieri ho passato mezza giornata al Policlinico di Monza. Ormai lo conosco come le mie tasche...che poi questo luogo comune è strano perchè, per la verità, io le mie tasche non le conosco proprio. Ad ogni modo, ne ho piene le tasche (ci risiamo) di andarci. Basta, che mi facciano 'sta minchia di operazione e chiudiamo il capitolo, perchè è snervante. Senza contare il fatto che non è del tutto meraviglioso stare ad ascoltare la mamma che si incazza coi medici, che si agita per un cazzo, dal momento che io sono la persona più tranquilla del mondo, anche perchè finchè operano me va benissimo, così non devo preoccuparmi per nessuno. Ad ogni modo, è stato quasi singolare partecipare a quella sottospecie di raduno di malati. Una quindicina di persone, età media 85 anni, pronte a sottoporsi ad ogni tipo di esame clinico. Gli unici a non portare la dentiera in quella sala d'attesa eravamo unicamente io, mia mamma, un tizio ultrasfigato ma carino e suo papà. Quindi, per forza di cose, il papà dello sfigato andava in fissa su mia mamma che, non perchè è mia mamma, è quella che si direbbe una figa di donna. Perchè è come al Grande Fratello, ti ritrovi in queste situazioni estreme di convivenza forzata e si instaurano legami, giochi di sguardi, situazioni mentali pornografiche. Allora io andavo in fissa sullo sciagurato, ma lui niente. Ovviamente sarà stato gay. Così, ad interrompere l'idillio e i miei sogni erotici su che cosa, non io ma un'altra ragazza libera, avrebbe potuto fare per svegliare quel tipo estremamente ed offensivamente schivo, è arrivata una dottoressa che assomigliava a Maria Amelia Monti, con un bel paio (e rassicurante) di occhiali da sole, che ci spiegò che saremmo rimasti tutti insieme in questa sala, più o meno fino alle 3 di pomeriggio. Fantastico, perchè erano solo le 8 di mattina. Mi sono quasi commossa al pensiero di dover passare così tanto tempo coi miei nuovi, anche se vecchi, compagni. Ho cominciato ad asciugare mia mamma con battute di gran lunga irritanti del tipo "oh, hai studiato? Sei soddisfatta della classe di quest'anno? La prof sembra simpatica. Ma interroga o no?", quando una tizia ha chiamato il mio numerino. E ci sono rimasta male, perchè la condizione di riduzione delle persone a numeri, prerogativa quasi esclusiva dell'università, mi aveva seguito fin lì. Sono entrata e ho notato con piacere che colei che mi avrebbe dovuto prelevare il sangue non era altro che Maria Amelia Monti, con i suoi immancabili occhiali scuri. E lì si che ho cominciato ad agitarmi. Come cazzo pretendi di sfiorare le soglie visive più alte possibili con quei cazzo di affari scuri sugli occhi? Ma dalle mie esperienze dal dentista o dal parrucchiere, c'è una frase che ho imparato a ripetermi a macchinetta: "se è qui, vuol dire che il suo lavoro lo sa fare". Così mi sono fidata. Non era un prelievo normale, perchè in realtà col mio sangue ha riempito ben 3 provette. Poi mi ha detto di andare a fare colazione e di tornare. Così, bianca, tremolante, reduce da un prelievo di 18 litri di sangue, sono uscita dallo studio 1 facendo un cenno a mia mamma indicando la strada per il bar. Megacolazione, siz, e abbiamo ripreso i nostri posti, pronte per ricominciare il gioco. Tra risate non poco velate e chiacchieratine varie tra me e la persona più importante della mia vita, un po' il tempo era passato dai...erano "già" le 10. In fondo, eravamo sedute a fare niente. Del resto, eravamo in compagnia. Poi, come in ogni sala d'attesa che si rispetti, c'erano dei meravigliosi e rilassanti quadri di fiori appesi alle pareti, coi petali a nostra disposizione per essere contati e ricontati. Per farla breve, non passava più. Credo verso le 10 e 45 hanno di nuovo chiamato il mio numero e quello di una delle mie anzianissime amicone. Evvai, pronta all'elettrocardiogramma. Una volta entrata nello studio 1, la dottoressa mi ha detto che non era necessario che mi spogliassi, sarebbe bastato sollevare la maglietta. Grande. Era forte se riusciva a fare il suo lavoro nonostante gli impedimenti dei miei abiti. Mi ha applicato delle ventosine gelate un po' dappertutto, caviglie comprese, dopodichè è arrivata la mia domanda: "fa male?". Questa s'è messa a ridere per mezz'ora e mi ha risposto retoricamente:"l'elettrocardiogramma? Ma no! Non l'hai mai fatto?". Io le ho risposto:"oh cogliona, non è che perchè in quel metro cubo di sala d'aspetto è raccolto il meglio degli anziani della brianza che saranno al loro diciottesimo elettrocardiogramma, io debba per forza essere un'esperta come chi ti capita solitamente sottomano.". Lei mi ha risposto che il dolore più grande di quella giornata era stato il prelievo, e l'avevo già superato con successo. Bene. Fatto anche quello. Io e la mami siamo andate dalla segretaria a consegnarle i fogli dell'esame appena fatto, ed erano le 11. La tizia ci ha detto che avremmo potuto, da quel momento, andare ovunque ne avessimo voglia, alla condizione di farci trovare alle 12 e 30 in sala d'aspetto, la nostra ormai seconda casa, in attesa dell'anestesista, che ci avrebbe illustrato in che cosa consiste la radice della parola che dà il nome al suo mestiere. Dopo aver vagliato circa 17,5 alternative, abbiamo deciso di tornare a casa a farci uno dei nostri amatissimi caffè dalla nostra altrettanto amatissima macchinetta.


La faccio breve, il colloquio con l'anestesista l'abbiamo fatto, sì. Ma eravamo molto più consapevoli di che cosa fosse l'anestesia totale prima del suddetto colloquio. Questo perchè colui che mi opererà è un idiota e questa frase, oltre a non essere per nulla rassicurante, sarebbe da appoggiare ad un discorso troppo lungo e troppo complicato che andrebbe oltre lo spazio consentitomi e oltre le mie capacità esplicative.


Poi l'intervento...madò: era stato fissato per venerdì 19 ma, siccome quando alla mattina chiamavano a casa non rispondeva nessuno, ce l'hanno spostato in data da definire. E sì che i nostri numeri di cellulari ce li hanno. Ad ogni modo, giusto 2 minuti fa è arrivata la notizia...intervento fissato non per venerdì 19, ma l'altro. Grande.