mercoledì 19 settembre 2007

Guarda un po' te 'sta vecchia terrona.
Fai un piccolo incidente, ti fermi senza filartela, chiedi ripetutamente scusa nella convinzione che la colpa sia stata tua, prometti di pagare per i tuoi (presunti) errori e lasci il tuo numero di telefono garantendo la più estrema fiducia; quando ti comunicano che quel cazzino di danno alla loro macchina è stato valutato 200 euro dal loro carrozziere del cazzo, ribatti molto umilmente che quella cifra non ti è possibile sborsarla, soprattutto perchè quel danno varrà in realtà su per giù tre euro e cinquanta. Per cui comunichi loro che andrai dritta all'assicurazione, per valutare di effettuare una simpatica constatazione amichevole. Dopo aver spiegato alla suddetta le dinamiche dell'incidente, da colpevole che ti sentivi, ne esci del tutto innocente. Tua mamma chiama la vecchia per comunicarglielo, mettendo in chiaro che comunque, non fregandocene nulla del danno minimo riportato sulla nostra autovettura, non avremmo preteso nulla: ognuno si sarebbe pagato il proprio. 'Sta donna, con ormai un piede nella fossa, si altera e le urla al telefono in un dialetto strano, senza nemmeno farla parlare, dando ripetutamente alla tua famiglia della disonesta. Ma porca puttana. Rimangono che anche lei sarebbe andata alla sua assicurazione...ok zia, vai tra, ti dirà le stesse cose che hanno detto a noi (basta usare la seconda persona, è snervante.). Oggi mi telefona, chiedendomi prepotentemente i dati della mia assicurazione. Io rido, e le dico e le ripeto che non glieli posso comunicare, ma non per cattiveria ma per impotenza, dal momento che ho solo vent'anni, non so nemmeno che cosa sia l'assicurazione ed è già tanto se sono in grado di allacciarmi le scarpe. Perciò avrebbe dovuto pazientemente attendere l'arrivo dei miei genitori. Lei si innervosisce parecchio per la mia forzatissima calma e tranquillità (mi sono trattenuta come non mai). Lei mi urla sopra, io cerco di spiegarle che non sono io che le do la colpa di tutto, ma che è stata un'istituzione più forte e consapevole di me e lei messe insieme che le ha arrecato tutti i torti. Lei non capisce, perchè è solo un'ignorante e continua a parlarmi sopra. Io a quel punto le do della maleducata, perchè è maleducazione parlare sopra alla gente, e deve concedermi il mio spazio. Lei si innervosisce ulteriormente, perchè più parliamo, più si rende conto di essere un'ignorante incapace di utilizzare adeguatamente la lingua italiana e le sue difficoltà nel coniugare i verbi dilagano senza freni. Io rido ribadendo quanto sia ineducata, e la rendo nervosa come in pochi riescono a fare (è sempre stato un mio grande talento, l'unico credo). Riesco finalmente a prendere la parola. Mi sembra di ritornare a respirare. Pronuncio metà della prima frase, sento il telefono morto. MI HA ATTACCATO LA CORNETTA. Ora, puoi farmi tutto quello che vuoi...tirami un cazzotto, sparami a una gamba, tagliami una vena, ma NON attaccarmi la cornetta in faccia. No. E' una delle cose che mi fanno più imbestialire, specialmente se a farlo è una vecchia terrona del cazzo (i miei sono terroni, ma non sono e non saranno mai come loro, ora ho capito l'avversione e il razzismo dei miei compaesani verso i terroni e quasi lo condivido). Ma che poi io dico: se pensi realmente di aver ragione come "sostieni" così insistentemente, che cazzo ti agiti? Detesto mio papà per il fatto di aver preso e, senza dire un cazzo, essere andato da loro per fargli il culo. Ci dovevo andare io. Ho un nervoso nelle mani non indifferente e mi tocca tenermelo per me e stasera di sicuro sarà il mio povero amore a raccogliere i resti della mia rabbia repressa. Poraccio.
No. E poi oggi non mi si deve riattaccare il telefono in faccia, no. Non oggi. Però, paradossalmente, quella vecchia di merda la ringrazio. Ha così trasformato il mio odierno status di semi-depressione in nervoso, e si sta decisamente meglio.

Fanculo e grazie, piccolo sputo di donna.

venerdì 14 settembre 2007

Ho sempre avuto tanta stima di te, ne ho tutt'ora e continuerò ad averne. Giornatine intense quelle di oggi, quattordicesimo giorno del nono mese dell'anno, di ieri, tredicesimo giorno dello stesso mese e dello stesso anno, e dell'altro ieri, dodicesimo giorno dello stesso mese e del medesimo anno. Ma perchè non cominciare dall'altro ieri mattina?
Forse cado nell'errore dicendo "mattina", perchè le 4 e 46 non è mattina, non per me. Le 4 e 46 è ancora notte. Nessuno può scardinare questa mia convinzione perchè ieri, alle 4 e 46, quando ho stapparellato (passatemi il neologismo) ed ho guardato il mondo che stava fuori da casa mia, oltre il mio balcone, era buio. Era buio e si vedevano chiaramente le stelle. Perciò alle 4 e 46 non è mattina. Sono consapevole del fatto di aver ripetuto 4 e 46 per ben quattro volte, con questa cinque, e che avrei potuto accuratamente sostituire i due ormai insopportabili numeri con un sano, di certo anche più alla mano, "cinque meno un quarto", equivalente di sicuro, ma che non renderebbe giustizia piena al mio reale sforzo nello scaraventarmi giù dal letto a quell'ora. E poi 4 e 46 fa più figo e mi piace ripeterlo a chiunque io veda. Se riuscissi a concentrarmi molto di più su ciò che ho voglia di raccontare, certamente scasserei i coglioni in maniera molto più ridotta a chi legge: sono diabolicamente consapevole di aver sprecato circa 14 preziosissime righe di questo post, solo per ribadire il fatto di essermi svegliata alle 4 e 46, però per me è stato realmente importante perchè ciò significa che possiedo tanta forza di volontà.
Comunque, ad ogni modo, per cui, veniamo a noi. Sono allegra, nonostante tutto.
Allora, mi sono svegliata alle 4 e 46 per ripassare, sensazione nuova per me. L'ho fatto. Circa tre ore più tardi papà, accompagnandomi in stazione, ha deciso di fermarsi a farmi una ricarica: che sfiga, il terminale non ha funzionato e la tabaccaia vestita da troia mi ha promesso che avrebbe riprovato lei qualche minuto più tardi, probabilmente rinunciando alla sua pausa siz. Così, il mio adorato papino mi ha accompagnato con tanto amore in stazione ad HardCore, dove credevo che il treno per quella chiaramente ironicamente splendida città che fa da capoluogo alla regione in cui vivo da sempre, sarebbe arrivato in orario. Ho atteso, con schemini ultraprecisi alle mani, prepotentemente affamati del mio sguardo. Ho mandato a cagare uno di colore che voleva vendermi, credo, un giornale: altra novità per me, perchè in fondo sono una brava persona, cortese, educata e con un sorriso per tutti, anche per i rompicoglioni. Ma non ero nervosa, mi veniva solo un po' da vomitare. Gaia ma nauseata. Ed è stato allora che è giunto l'annuncio dell'inizio della mia rovina: treno in ritardo di venti minuti. Però, va beh, mi è uscita quasi quasi una risata ribelle, consapevole di esser stata più forte, furba e prevenuta di loro, dato che il treno delle otto e dieci l'avrei preso, sì, ma sarei arrivata in un anticipo folle. C'era una mia compagna lì in un punto convenuto ad aspettarmi, ma non se la sarebbe presa più di tanto. Venti minuti non erano poi così gravi. E' arrivato il treno, che per poco non perdevo a causa del sonno che aveva immobilizzato la mia persona per circa sette minuti. Ha fatto pacatamente le sue fermate: Monza, Sesto. A Sesto, dopo qualche minuto di immobilità del mezzo, l'intera folla di pendolari si è incomprensibilmente scaraventata alle porte di uscita accalcandosi in direzione del secondo binario, assetati di prendere il potere l'uno sull'altro. Era diventato necessario giungere il prima possibile al binario 2 per poter prendere la coincidenza per Garibaldi, dato che uno del personale del treno aveva annunciato, sbadigliando, che la corsa sarebbe terminata lì, causa guasto. Fanculo, mi sono diretta al binario 2, nella maniera più lenta, assonnata e svogliata possibile, coi riassuntini sempre alla mano, ovviamente. Visioni strane, mistiche e colorite da una strana follia, intanto, accompagnavano il mio tragitto: qualcosa del tipo che quello che stavo facendo, era fluttuare dolcemente sulle loro teste, sui capi di quei coglioni che si affannavano tanto per raggiungere una coincidenza che di sicuro non avrebbe coinciso, mi fermavo a chiacchierare con pianeti con occhi e sorrisi disegnati, facevo la piacevole conoscenza di stelline animate che mi posizionavano accuratamente su un lettino dal quale guardavo nel punto più basso, quei deficienti che avevano fatto del raggiungere quel binario una questione di vitale importanza. Sfigati. Sono arrivata anch'io al binario, senza aver sentito il bisogno di doparmi o di bere due Gatorade al limone. Il treno era in ritardo di 10 minuti. E' arrivato, ma gli sfigati tutti sudati l'avevano del tutto saturato. Ma porca miseria. Allora è arrivato un vecchio vestito di blu e col cappello, che ci ha detto che 5 minuti più tardi sarebbe arrivato un altro treno. Erano le circa le 9, probabilmente ce l'avrei fatta comunque. Ma presto, mi sono sentita assalita da una bruttissima sensazione, quella dell'indecisione. Ero a un bivio: avrei potuto prendere direttamente da lì la metro rossa e arrivare almeno a Duomo...oppure continuare a vivere la mia vita aspettando in tranquillità quel prossimo treno. La pigrizia della seconda opzione ha avuto poi la meglio. Ho chiamato la mia compagna e le ho detto di rispondere all'appello al mio posto, nell'eventualità in cui avrei fatto tardi. Eventualità che è diventata presto certezza quando, arrivato il treno, ha fatto la sua prima fermata (Milano Greco Pirelli) senza ripartire prima di altri 10 minuti di calvario. Evvai. Alle 9 e 20, forse, ero arrivata a Garibaldi. Ho preso la verde, poi la gialla e sono arrivata a Crocetta, cazzo di nome per una fermata della metro. Ed ho riprovato vecchie sensazioni, robe strane nella mia mente. Mi ero dimenticata di quanto l'aria di Milano facesse schifo. 10 minuti a piedi, col mio passo anche un quarto d'ora e, con mezz'ora di ritardo, arrivo finalmente nell'aula dell'esame. Fanculo perchè anche l'assistente, che a quanto pare è di Monza o dintorni, era su uno di quei treni lebbrosi e quindi sarebbe arrivata un quarto d'ora più tardi e ciò significava che l'appello non era stato ancora fatto. A saperlo prima mi sarei presa la terza dose di caffeina. Va beh, poco male. Ripasso. La mia compagna è in crisi, mi racconta le sue sfighe evidenziate anche da un bianchissimo collarino, io la ascolto con attenzione e cerco di darle coraggio. Dando coraggio a lei magari, pensavo in quei momenti, avrei incoraggiato anche me stessa. Sì. Per ben tre volte mi era capitato di assistere alla stessa scena, nella medesima aula per lo stesso esame. Durante la prima il mio corpo, reduce dal concerto più bello della mia vita (va beh che era stato il primo) sembrò rifiutarsi a tutti i costi di collaborare per la buona riuscita dell'impresa...ma per culo, o per un dono del cielo (poi insfruttato), mi spostarono alla settimana seguente, in cui mi feci quasi volontariamente segare (e non lo dico perchè mi vergogno di ammettere di essere stata segata, andò realmente così). La seconda volta mi presentai, risposi all'appello e in seguito finsi con me stessa un malessere derivante da qualche strana patologia della pressione, e mi ritirai ancora prima di essere chiamata. Così, ero giunta alla terza ed ultima volta. Un paio di miei amici, più il mio adorato ragazzo, mi avevano confessato più volte la loro improponibile voglia di assistere alla lunga attesa pre-interrogazione -che d'ora in poi mi sono ripromessa di considerare come un "colloquio fra due persone"- e legarmi alla sedia fino a che non avessero gridato il mio cognome. Non ce ne è stato bisogno. La faccio breve, altrimenti mi scogliono anch'io. Ho sostenuto il "colloquio" sulla prima parte alle 4 di pomeriggio e alle 5 sulla seconda. Andata. A digiuno da circa le 4 e 56 della notte e con la pipì oramai praticamente fuori dalla sua pazientissima vescica, mi sono diretta verso l'uscita dell'aula, chiamando quasi tutte le persone che conosco o che ci tenevano a sapere, sia per piangere e rimpiangere il fatto di aver avuto il dispiacere di conoscermi, o per farsi semplicemente due risate. Poi me ne sono andata da quella schifo di sede, fierissima del mio patetico voto. Allora ho cominciato ad errare davanti ai negozi, per quelle due stradette ipertrafficate di quelle due vie messe in croce che portavano alla metro, con un ridicolo sorriso che mi faceva sentire solare, viva, stanca, ma pronta a tutto perchè il peggio era passato. E ripensavo alle parole della "docente", una delle persone più magnanime, cariche di amore, comprensione e compassione per il prossimo, che camminino sulla faccia della Terra: a quando mi ha detto che la colpa del fatto che i dettagli storici non attutiscano in me, non era da imputare al mio ribadito più volte deficit mnemonico, bensì al fatto che noi "letterati" non siamo portati per quel tipo di studio, per quel particolare linguaggio specifico. Non l'ho ascoltata con tutta l'attenzione del mondo, e credo che me ne pentirò per tutta la vita. Il problema è stato che mentre mi diceva tutte quelle cose carine e confortevoli, non riuscivo a fare a meno di pensare "stai zitta, chiudi quel cesso di bocca e segnami qualsiasi cosa sul libretto". Così, camminando, pensavo a tutte queste cose, e non potevo fare a meno di ridere fragorosamente dentro di me. Intanto giungevano in continuazione alla mia mente frasi vittoriose come "Federica 21, Comuni 0", o robe del tipo "Feder Luter King". Arrivata alla metro mi sono concessa una fantastica bottiglietta di acqua fredda che, anzichè bere, avrei di gran lunga gradito rovesciarmi addosso e gridare. Poi avrei corso più veloce di come non ho mai corso in vita mia, avrei raggiunto la sede e mi sarei messa a saltellare di qua e di là da una parte all'altra della siepe. Ma in realtà mi sono limitata a bere e a stare zitta. Gli auricolari dell'mpcazzo funzionavano a tratti, ma non me ne importava GNiente di GNiente. Sono arrivata a Garibaldi e, ovviamente, hanno annunciato i venti minuti di ritardo del mio treno: ho guardato verso il tabellone degli orari e gli ho detto, a quell'ammasso di numeri e scrtte: "ma lo sai che non me ne frega un cazzo?". Ho aspettato, l'ho preso, sono dovuta scendere a Monza, ho perso la coincidenza con Villasanta, allora ho dovuto prendere il pullman, il carobuonoevecchio 3. Non lo prendevo dalla quarta superiore, forse. Pazzesco. Anche lì, miliardi di vecchie sensazioni, oscillanti tra la nostalgia e l'ammirazione per la straordinarietà della vita, ovviamente osservando il mondo che conosco bene dall'alto del finestrino, come è giusto che sia, come si farebbe anche nel meno rispettabile film da quattro soldi.
Adesso via un altro ancora e poi dritta verso uno dei miei sogni più grandi: è lì che mi aspetta. Ho studiato la sua storia, i suoi imperatori, i suoi papi, le sue sofferenze, i suoi declassamenti vari, i suoi saccheggi e le sue restaurazioni, per circa 4 mesi. Ed ora sto per realizzare il sogno di vederla, finalmente. Non poteva capitare in un momento migliore.

Ma veniamo alla giornata di ieri, carichissima di sfighe, ancor più della surraccontata (mi si passi anche ques'ultimo neologismo. Del resto, il re dei neologismi Durante Alighieri è il mio maestro di vita).
Alle ore 10 e 30 avevo l'appuntamento dal dentista. Ho accompagnato la mamma al lavoro e sono andata. Avevo preso l'appuntamento perchè, da tempo, ogni volta che mi capitava di mangiare qualche cosa di dolce, sentivo uno strano ma sopportabile dolorino ai denti sulla destra: ho giustissimamente pensato ad una carie. Fanculo perchè non lo era, non era un cazzo in realtà, sarà stato un periodo così. Ma, "già che ci siamo, cara la mia Federica, togliamo l'altro dente del giudizio! Perchè, conoscendoti, mi scappi ancora e farai passare almeno un anno prima di ripresentarti". Ma cazzo. E va bene dai. Tac, anche il fratello di Giudy se ne è andato.
Ringrazio ironicamente, mando a fanculo la mia dentista e le sue assistenti che sono ancora convinte che io abbia 6 anni, che ci manca poco che tutte le volte mi diano il famoso lecca-lecca leccaculo che danno i dottori ai bambini simpatici. Cià, cià.
Stavo guidando, stavo andando a casa a cucinare qualcosa a papà. Mi era venuta voglia di fare la classica sorpresa del mezzogiorno ad Ale, che gli faccio ogni volta che torno dalla bimba, presentandomi sotto casa sua al suo ritorno dal lavoro per la pausa pranzo. Ma erano solo le 11 e 30, che palle aspettare...però, perchè non passare a fare un salutino alla Michi? (come se non mi capitasse spesso di vederla). Massì. Quella maledetta anestesia non mi faceva più sentire la sensibilità di mezza faccia e in più, cercando di cantare le canzoni che sputava fuori il cd, mi rendevo sempre più conto del mio pronunciare qualsiasi cosa allo stesso modo di come farebbe una portatrice di handicap vocali gravissimi, all'ultimo stadio della sua patologia, anche perchè provavo la spiacevolissima sensazione di non aver più metà della lingua. Intanto che pensavo a come sarebbe stato ridicolo, ma anche divertente, limonare con qualcuno in quello stato, ho fatto il botto. Sono andata addosso a una macchina che stava girando, in regolissima con la sua freccetta attivata. Ma porca puttana. Sono scesa dalla macchina e mi sono resa conto del gran culo che ho avuto, per il fatto di essermi scontrata con due deliziosissimi vecchietti, lui che se la rideva e lei che continuava a dirmi che "può succedere". La mia macchina è graffiata un pochettino, la loro ancora meno della mia, quindi tutto a posto. Il carrozziere è un carrozziere, ovvero ha chiesto 200 euro. Pazzo. Persino la vecchia, che mi ha appena telefonato, mi ha detto che è un pazzo, che non vuole chiedermi così tanti soldi e, anzi, di trovare una persona di fiducia che gliela metta a posto senza mettere in mezzo carrozzieri che sparano prezzi da carrozzieri. Cazzo, che carina. Mio papà, appena gliel'ho detto e mi ha vista vispa e in salute, mi ha accompagnato a casa dei vecchietti senza lamentarsi. Non si è incazzato neanche per un secondo. La persona più tranquilla del pianeta. Ho un papà fantastico. Questa è la versione della figlia innamorata. La versione della figlia cinica, è il fatto che si deve solo azzardare a sgridarmi dopo tutti i botti che ha fatto lui, piccoli o grossi che siano stati.

Sono stanca persino io, la donna che di scrivere cazzate non si stanca mai. Quindi l'emozione di oggi, la riassumo brevemente.
Ho fatto la mia primissima visita ginecologica il che, è già fin troppo personale per il web.
E' stato quasi accettabilmente normale. Sono sana. E sono contenta. E stasera "seratone".

giovedì 6 settembre 2007

A prescindere dal fatto che ho aperto questo nuovo post senza un particolare, ma neanche generale, motivo, me ne sto amaramente pentendo perchè so che ciò significa esattamente perdere preziosissimi minuti di studio ed io so molto bene di non potermelo permettere. Ma la logica del "ma sì, mancano ancora un po' di giorni" non riesce ad abbandonare la mia scatola cranica che, oramai (e ne sono quasi certa) non contiene altro che il famoso criceto che corre felice con l'ausilio della sua amata compagna rotellina di plastica. Questo riporta la mia persona, pazzamente innamorata di ogni processo mentale che richieda anche il minimo sforzo analogico, al ricordo di Nelson, il cricetino che con tanto amore custodivamo io e mia sorella. Cricetino sfortunato, che uccisi con le mie malefiche mani dopo forse sei miseri e inutili mesi della sua esistenza. Ma questo non interessa a nessuno, tanto meno alla sottoscritta, perciò mi dileguo dal discorso, specificando con tanta ipocrisia, che parlarne oltre sarebbe troppo doloroso. Tra tutti gli esami che durante il mio travagliato percorso universitario mi è capitato di sostenere (quest'ultima frase potrebbe lasciare largamente ad intendere che io ne abbia dati tantissimi, quando in realtà sono alla soglia del terzo anno e non ne ho dati nemmeno la metà), questo che sto preparando in questi giorni è uno dei più affascinanti. Ovviamente è per questo motivo che la sto tirando tanto per le lunghe, che è da maggio che, seppur alla cazzo in culo, ci sto sopra. Certo. Non c'entra niente il patetico fatto di non essermi mai sentita stimolata da un cazzo di niente e di nessuno, di non poter contare su un cazzo di niente e su nessun fantomatico letterato walkeggiante in quella minchia di Università di merda e di dover in ogni momento buio fare i conti con il mio bellissimo e dannato passato in cui tutto girava intorno a chi studiava o, per lo meno, cercava di farlo. Ma va, tutto questo non c'entra una sega. Così come non c'entra il fatto di ritrovarmi quasi ogni giorno a rimpiangere l'Università che davvero avrei desiderato ardentemente frequentare, che davvero avrebbe risposto, seppur in parte, alle mie esigenze di bambinetta che non sa cavarsela da sola. In realtà tutte queste non sono altro che scuse idiote e vigliacche. La verità è che l'università non fa per me, e sono contenta di averlo capito solo ora perchè altrimenti rendermene conto prima sarebbe significato pestare il culo, immediatamente dopo il diploma, su uno di quei pavimenti verdognoli e profumati di disinfettante di un non so quale asilo nido zeppo di bambini cagoni che mi avrebbero reso più insopportabile di quanto già mi ritengo. Per cui decido di continuare a spillare i soldi ai miei poveri, poveri genitori, costretti a dichiarare annualmente all'Isee tutto ciò che hanno, da quest'anno anche i sudati risparmi di una vita, a differenza di chi può barare perchè, poracci, c'hanno i soldi. E questo mi induce tristemente a cambiare discorso per non creare troppi danni. Ma tanto io sono una stupidina, non capisco (è per questo che mi convien cambiare argomento).
Anzi, torno al mio passatempo preferito: studiare ciò che non mi sarei mai aspettata di studiare nel momento della mia iscrizione agli studi ultrasuperiori, alla mia ultrafacoltà.

giovedì 30 agosto 2007

Eccoci qua.
Perchè si fa un blog? Questa è una domanda del cazzo. Ma come tutte le domande del cazzo, è ugualmente giusto porsela perchè, come per metà della mia vita hanno cercato di insegnarmi, tra mal di schiena e scoglionamenti (ma anche tante gioie) dietro al banco di scuola, chi non si pone domande è oggettivamente un coglione.
Obiettivo di questo post, sarà illustrare le mie ragioni.
Per la verità, per come sono fatta, se tra le persone al mondo che aprono un blog non ci fossi anch'io, mi starebbe sui coglioni chiunque lo facesse. E, di certo, lo prenderei ironicamente per il culo. Perchè credo che al mondo poche cose possano ricevere l'aggettivo di "esibizionista" e il blog, o più specificamente colui che ha il blog, se lo merita tutto. Io non ho mai nascosto di esserlo. E non ho mai nascosto il fatto che mi piacesse esserlo. Per cui, con questo, mi sono finalmente pulita la coscienza agli occhi di me stessa. Il che mi fa sentire leggera.
Poi, non è la prima volta che apro un blog, e chi sa anche molto poco di me, è a conoscenza di questa cosa. Tempo fa ne avevo uno, che conteneva un'immensa marea di stronzate ed è forse per questo motivo che ho maturato la decisione di abbandonarlo a se stesso. Non di chiuderlo, perchè in fondo fra qualche tempo, quando e se avrò mutato vita, personalità e carattere, sarà anche piacevolmente patetico rileggere ciò che ho scritto una vita, una personalità e un carattere prima. E poi, perchè negare a tutti i presenti e futuri miei contatti di msn di farsi quattro risatine alle mie spalle?
Ok. Mi rendo tristemente conto della totale assenza di qualsiasi forma e tipo di motivo ispiratore di questa nuova apertura. Ma scrivere è una cosa che, per mia rovina, mi stimola parecchio ed è anche parecchio stimolante per la sottoscritta sapere di avere qualcuno che legga le merdate che scrivo. E questa potrà essere una risposta coerente a chiunque, semmai, mi chiederà un giorno il motivo per il quale ho un blog e il perchè del fatto che io continui a scriverci sopra.
Poi, come ho rivelato pocanzi, qualche tempo fa avevo un blog. In seguito ad aver preso la drastica decisione di abbandonarlo, ne ho aperto un altro tanto anonimo quanto inutile, sulla piattaforma Splinder, in un periodo un po' so and so della mia vita. Cancellato e chiuso, forse, dopo un mese.
Ad ogni modo, nonostante io sia una persona a cui costantemente e in ogni occasione piace ostinarsi a ripetere gli stessi errori, non voglio più sbagliare. Mi spiego, motivando quest'ultima frase: non voglio creare un blog per esibire dolori e sofferenze perchè, innanzi tutto, non ne ho bisogno perchè ho già chi mi ascolta ed anche fin troppo. Inoltre se mai starò male dentro, a tal punto da sentir l'esigenza di mettere nero su bianco, come spesso mi accade, credo che non troverei mai nemmeno un grammo di forza e volontà per accendere il computer, aprire la home page di questo blog e nella sezione post cliccare "Crea". Qualcuno ce la fa e, probabilmente ma non sicuramente, ricava anche maggior forza nel farlo. Io no, e credo che continuerò come sempre accontentandomi dei miei amici carta e penna, che se è a punta fine, nera e scorrevole è di sicuro anche meglio. Ma, dopotutto, non mi è mai successo di soffrire al punto tale da non riuscire neanche ad accendere il computer e spero non mi capiti almeno per i prossimi trent'anni. E, inoltre, cosa ne posso sapere della vera sofferenza io, umile creatura viziata e coccolata sin dalla nascita, che di calvari pazzeschi non ne ha mai subìti?
Quindi, dato che di politica e d'attualità so ben poco, che si avvicina quasi al niente, motivi reali per aprire un blog effettivamente non ne ho. Però lo voglio fare perchè desidero ardentemente che il mio egocentrismo sia soddisfatto in ogni dove. Classico che resterà pietosamente incommentato, ma non sono i commenti che un vero "artista di blog" cerca. Cerca disperatamente e unicamente di essere letto.